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| AGOSTINO COPPOLA DETTO ZUMBABALCONE |
di Leonardo
Pisani e Roberta Gambaro, pubblicato sul quotidiano Roma
Un filo rosso anzi un “fischio” che collega un paesino lucano ad una metropoli americana, il vecchio castello aragonese all’immensità di New York, il vecchio ed il nuovo mondo. Quando Agostino, detto Zumbabalcone” lasciò con la moglie Maria Zasa, Bernalda e la sua casa in corso Cavour verso Ellis Island, non poteva immaginare che I Coppola sarebbero diventati una dinastia, Agostino detto “zumbalcone” “amava la musica, suonava la chitarra e fu tra gli inventori del Vitaphone, per la Warner Bros, e fu l’inizio del cinema sonoro.
Un filo rosso anzi un “fischio” che collega un paesino lucano ad una metropoli americana, il vecchio castello aragonese all’immensità di New York, il vecchio ed il nuovo mondo. Quando Agostino, detto Zumbabalcone” lasciò con la moglie Maria Zasa, Bernalda e la sua casa in corso Cavour verso Ellis Island, non poteva immaginare che I Coppola sarebbero diventati una dinastia, Agostino detto “zumbalcone” “amava la musica, suonava la chitarra e fu tra gli inventori del Vitaphone, per la Warner Bros, e fu l’inizio del cinema sonoro.
Il figlio Antonio, divenne
direttore d’orchestra, l’altro, Carmine - padre di Francis Ford -diverrà un
noto musicista, prima flautista con Arturo Toscanini, poi anche noto jazzista.
Musica che si armonizzava in famiglia, la moglie Italia Pennino, era figlia del
poeta e noto musicista napoletano Francesco, alcune sue canzoni saranno
inserite nel Padrino parte seconda. Nulla accade a caso, il padre di Francesco
Pennino fu garibaldino nei mille con il padre di Arturo Toscanini.
La Famiglia Coppola, Francis
Ford il maestro indiscusso, Talia Rose Coppola, conosciuta come Talia Shire, il
nipote Nicolas Cage, Sofia, Robert Carmine, nato con il nome di Robert
Schwartzman cantante e attore. Ma l’arte e il cinema, sono nei cromosomi di
questa famiglia bernaldese, anche nel ramo lucano che rimase, nei lontani ma
ora strettissimi ed affiatati cugini Russo: Gaetano, artista poliedrico e
Michele Salfi Russo, regista. Un legame che si è rinsaldato ed una storia
raccontata grazie a un fischio di famiglia. “The Family Whistle”, film
documentario che narra l’epopea “Coppola” , premiato all’ultimo Boston
International Film Festival, per la fotografia di e poi le nomination
prestigiose di Michele Russo, L'Œil d'or e al “Caméra d'Or” a Cannes 2016. Nel
docufilm, c’è quasi tutta la famiglia Coppola: Francis Ford, Anton, Talia,
Sofia, i nipoti e bisnipoti, il regista Michele Salfi Russo, dietro le quinte,
fondamentale per il lavoro la maestria del fratello Gaetano, con i
“suggerimenti estetici”. Del lavoro, della genesi del docufilm, della prima
volta del maestro Francis Ford Coppola a Bernalda lo racconta Michele Salfi
alla nostra Roberta Gambaro in una intervista.. E ricordiamo che Michele Salfi
Russo nel database americano, specialistico del mondo del cinema è anche
ricordato come attore ne Il padrino - Parte III , Tha Passion, Baarìa ,
Barbarossa ed altri. Conosciamo meglio Michele Salfi Russo, autore e regista
del premiato docufilm “The Family Whistle”.
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| MICHELE SALFI RUSSSO INTERVISTA IOL MAESTRO COPPOLA |
Michele,
raccontaci le tue origini e i tuoi percorsi artistici..
«L’arte fa parte di me da sempre ed è una condizione naturale non solo mia ma di tutta la mia famiglia. Il mio percorso artistico nasce e si sviluppa in un habitat naturale, che è quello di casa mia. Mio padre e mia madre sono stati fondamentali per la formazione artistica mia e dei miei fratelli Gaetano, Riccardo e Lella. Gaetano è un talento straordinario e un artista versatile. Ha contribuito notevolmente alla realizzazione del documentario per ambientazione, scenografie e idea grafica ed è stato indispensabile. Riccardo, un bravissimo musicista, ha creato le musiche per il docufilm. Poi c’è mia sorella Lella, brava scultrice e arredatrice. Come ti dicevo, una famiglia di artisti»
La tua è una famiglia di artisti e questo lo spieghi bene nel tuo documentario che racconta la storia della famiglia Coppola e di come tu sia riuscito a ricostruire l’albero genealogico a partire dal 1775, ricongiungenti con loro. Sei cugino di Francis Ford Coppola. Come nacque l’idea del documentario? Ci racconti esperienze, sensazioni ed emozioni provate, stando al fianco di Francis?
«L’ idea nacque davanti a un bicchiere di vino, mentre raccontavo a Francis le storie di nonno Agostino Coppola, il nonno di Francis. Lui mi disse: “ Sei tu che dovresti fare il film perché sei tu che conosci bene la storia, hai talento e mi piace come la racconti” . Così cominciai a girare la storia dei Coppola. La mia nonna paterna era cugina di primo grado con Agostino. Scopro proprio partendo dal cinema, come luogo, di essere suo parente e nel docufilm racconto tutto questo. Era difficile ricucire la tela della famiglia Coppola, ma in 25 anni di ricerche, sono riuscito a completare l’albero genealogico di tutta la famiglia e in otto anni a realizzare il docufilm. Un giorno, rimettendo a posto vecchie lettere, trovai quella di Carmine Coppola e chiesi a mio padre spiegazioni su questa nostra parentela con loro. Da lì, cominciai il mio percorso di ricerca, nonostante le difficoltà a ricostruire tutto quel tempo perduto. Iniziai le ricerche negli anni 80. Fu per caso, ascoltando una conversazione tra il mio regista e un suo amico, che riuscii ad avere finalmente modo di contattare Francis. Scrissi a Francis il primo Aprile del 1988. Lui mi rispose a Giugno, scrivendomi che mi avrebbe raggiunto a Cinecittà, l’autunno seguente. Finalmente ci incontrammo e fu un incontro molto emozionante. Conobbi suo padre, sua madre, suo fratello Agostino, il papà di Nicholas Cage. Gli dissi: “Francis è ora che tu torni a Bernalda”».
Cosa rappresenta per te Bernalda?
«A Bernalda c’è una grande possibilità di respirare il tempo. C’è la possibilità di non avere fretta, di avere il tempo di osservare le cose, di contemplarle e di viverle. Credo Bernalda sia stata una grande opportunità per sviluppare la nostra creatività in famiglia».
Hai altri progetti? E se sì, ci puoi svelare qualcosa in anteprima?
«Ho finito di scrivere una sceneggiatura che vorrei girare in Basilicata, fra i sassi di Matera, tratta da una storia realmente accaduta un secolo fa e che si muove attorno ad un personaggio cardine che, guarda caso, è un sognatore. É un personaggio che pensava, attraverso l’arte, di risollevare la condizione miserevole in cui versava la Lucania in quel tempo. I lucani sono sognatori per antonomasia».
Un ultima domanda, la più significativa: cosa rappresenta per te il fischio? Ti capita di usarlo realmente?
«Si, conservo il mio fischio, un po’ per gioco, un po’ per istinto. Il fischio è musica, è un suono fatto da poche note, che distingue una famiglia dall’altra, una cultura, una forma mentis, se così si può dire, da una famiglia all’altra. É senso di appartenenza. Dentro al fischio ci sono tutte le sfumature di paura, consigli, raccomandazioni, spensieratezza, gioia. É un mezzo vero e proprio di comunicazione che sostituisce le parole. In quelle tre note senti tutto. É musica e, d’altronde, nella nostra famiglia, non poteva essere mezzo migliore».
«L’arte fa parte di me da sempre ed è una condizione naturale non solo mia ma di tutta la mia famiglia. Il mio percorso artistico nasce e si sviluppa in un habitat naturale, che è quello di casa mia. Mio padre e mia madre sono stati fondamentali per la formazione artistica mia e dei miei fratelli Gaetano, Riccardo e Lella. Gaetano è un talento straordinario e un artista versatile. Ha contribuito notevolmente alla realizzazione del documentario per ambientazione, scenografie e idea grafica ed è stato indispensabile. Riccardo, un bravissimo musicista, ha creato le musiche per il docufilm. Poi c’è mia sorella Lella, brava scultrice e arredatrice. Come ti dicevo, una famiglia di artisti»
La tua è una famiglia di artisti e questo lo spieghi bene nel tuo documentario che racconta la storia della famiglia Coppola e di come tu sia riuscito a ricostruire l’albero genealogico a partire dal 1775, ricongiungenti con loro. Sei cugino di Francis Ford Coppola. Come nacque l’idea del documentario? Ci racconti esperienze, sensazioni ed emozioni provate, stando al fianco di Francis?
«L’ idea nacque davanti a un bicchiere di vino, mentre raccontavo a Francis le storie di nonno Agostino Coppola, il nonno di Francis. Lui mi disse: “ Sei tu che dovresti fare il film perché sei tu che conosci bene la storia, hai talento e mi piace come la racconti” . Così cominciai a girare la storia dei Coppola. La mia nonna paterna era cugina di primo grado con Agostino. Scopro proprio partendo dal cinema, come luogo, di essere suo parente e nel docufilm racconto tutto questo. Era difficile ricucire la tela della famiglia Coppola, ma in 25 anni di ricerche, sono riuscito a completare l’albero genealogico di tutta la famiglia e in otto anni a realizzare il docufilm. Un giorno, rimettendo a posto vecchie lettere, trovai quella di Carmine Coppola e chiesi a mio padre spiegazioni su questa nostra parentela con loro. Da lì, cominciai il mio percorso di ricerca, nonostante le difficoltà a ricostruire tutto quel tempo perduto. Iniziai le ricerche negli anni 80. Fu per caso, ascoltando una conversazione tra il mio regista e un suo amico, che riuscii ad avere finalmente modo di contattare Francis. Scrissi a Francis il primo Aprile del 1988. Lui mi rispose a Giugno, scrivendomi che mi avrebbe raggiunto a Cinecittà, l’autunno seguente. Finalmente ci incontrammo e fu un incontro molto emozionante. Conobbi suo padre, sua madre, suo fratello Agostino, il papà di Nicholas Cage. Gli dissi: “Francis è ora che tu torni a Bernalda”».
Cosa rappresenta per te Bernalda?
«A Bernalda c’è una grande possibilità di respirare il tempo. C’è la possibilità di non avere fretta, di avere il tempo di osservare le cose, di contemplarle e di viverle. Credo Bernalda sia stata una grande opportunità per sviluppare la nostra creatività in famiglia».
Hai altri progetti? E se sì, ci puoi svelare qualcosa in anteprima?
«Ho finito di scrivere una sceneggiatura che vorrei girare in Basilicata, fra i sassi di Matera, tratta da una storia realmente accaduta un secolo fa e che si muove attorno ad un personaggio cardine che, guarda caso, è un sognatore. É un personaggio che pensava, attraverso l’arte, di risollevare la condizione miserevole in cui versava la Lucania in quel tempo. I lucani sono sognatori per antonomasia».
Un ultima domanda, la più significativa: cosa rappresenta per te il fischio? Ti capita di usarlo realmente?
«Si, conservo il mio fischio, un po’ per gioco, un po’ per istinto. Il fischio è musica, è un suono fatto da poche note, che distingue una famiglia dall’altra, una cultura, una forma mentis, se così si può dire, da una famiglia all’altra. É senso di appartenenza. Dentro al fischio ci sono tutte le sfumature di paura, consigli, raccomandazioni, spensieratezza, gioia. É un mezzo vero e proprio di comunicazione che sostituisce le parole. In quelle tre note senti tutto. É musica e, d’altronde, nella nostra famiglia, non poteva essere mezzo migliore».



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