Di Leonardo
Pisani
( Pubblicato sul quotidiano Roma il 12 dicembre 2017)
La “masciara”, utilizzo il temine in
aviglianese poiché mi viene spontaneo, una figura per lo più femminile dalle
caratteristiche particolari in Lucania. Non è la janara e neanche la strega di
altre zone d’Italia, ha le sue particolarità. Personaggio ricorrente
nella cultura popolare e non solo, basti ricordare quel gran romanzo di Carlo Alianello “l’Eredità
della Priora” in un passaggio le ricorda, così nell’omonimo sceneggiato
televisivo, le scene dello sfortunato Gerardo Satriano che incontro una
famiglia di maciare e la musica di sottofondo dei Musicanova con una moresca,
fa venire i brividi. Ma chi erano le maciare, la risposta la troviamo nei 103
lemmi del nuovo lavoro del professor Angelo Lucano Larotonda, Un dizionario
della magia di Basilicata, pieno di sorprese nel leggerlo, anche per chi ha
conosciuto chi toglieva “l’affascino” o lo metteva oppure avrà sentito nelle
ataviche tradizioni di propiziare un evento o di evitare qualcosa perché porta
“scalogna”. Di questo lavoro ne parliamo con l’autore , che ricordiamo
esser stato docente di Antropologia Culturale all’Università degli Studi della
Basilicata, Antropologia Economica a Messina e Storia del Cinema a Roma.
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| ANGELO LUCANO LAROTONDA |
Professor Larotonda, lei ha sempre
studiato con rigore e originalità le tradizioni lucane. Ma questa volta le
confido che mi ha sorpreso. Come nasce l’idea della “La maciara indaffarata.
Lessico della magia lucana” edito da Osanna?.
«Semplice.
Da due motivi: primo, dall’invito della rivista “Appennino” a scrivere un articolo sulle tradizioni
lucane. L’ho scritto e poi ho pensato di ampliarlo per un libro. Secondo, dal
ricordo di essere stato guarito da una
maciara quando ero adolescente. La sua pozione riuscì (a quei tempi non c’era
ancora la penicillina)».
Mi incuriosisce anche il metodo che ha
utilizzato, le spiego anche il perché. Da piccolo ho sempre sentito parlare di
un rito per far guarire. Ad Avigliano si chiama “cresc”, di “masciare” se ne
parlava, ma già negli anni 70 era un ricordo lontano. Poi le formule segrete,
tanta tradizione orale. E’ stato difficile trovare fonti e memorie?
«Per
un topo di biblioteca no, non è difficile. A prescindere dall’impegno didattico
all’Università, che mi richiedeva di fare ricerca, anche nei miei trentacinque
anni di vita a Roma non ho mai allentato il mio interesse per la cultura lucana,
vista nei suoi molteplici aspetti, sia negativi (pochi) che positivi (molti).
Ovviamente mi riferisco alla cultura popolare…»
«È una tradizione secolare,
praticata già nell’antico Egitto e arriva a noi attraverso la cultura greca. Faceva
parte della magia “negativa” condannata da re e sacerdoti in quanto ritenuta
nociva alla società. La Chiesa la motivò diversamente: questa pratica
incantatoria andava considerata come limite alla capacità di scelta che Dio
aveva donato all’uomo. Quindi andava condannata. Con tale concetto si è andato
avanti per secoli».
Mi ha colpito questo
forte legame tra religiosità popolare e magia popolare. Certo è presente in
tutta Italia, ma qui da noi è molto connessa. Mi sbaglio?
Precisiamo: “è stata” molto
connessa. Ora non lo è più perché a partire dagli anni settanta del secolo
scorso le figure della maciare sono andate scomparendo a causa della nuova
cultura introdotta dalla televisione, dall’abbandono delle campagne,
dall’espandersi del servizio sanitario. Sono mutate le condizioni sociali e
anche il modo di intendere la “cultura popolare” dalla stessa Chiesa dopo il
Concilio Vaticano II».
Poi il legame
con la natura, molto stretto. Mi ha colpito non solo i malefici contro gli
animali ma anche il propiziare “l’asino” . Certo asini e maiali erano un
motore dell’economia domestica.
«Effettivamente oggi ci si meraviglia
sapere ciò, ma come dice giustamente lei, l’asino era uno dei motori
dell’economia di sussistenza della Basilicata fino alla riforma agraria e oltre.
In un precedente mio lavoro (Feste lucane) ho messo in evidenza come in tutti i
paesi lucani“il” contadino pregasse, nell’ordine, per l’asino, per il figlio
maggiorenne, per la moglie; “la”
contadina pregava invece per il figlio maggiorenne, per l’asino, per il marito.
L’asino dunque come elemento portante di quella economia. l legame
maciara-natura era indispensabile in quanto la prima faceva molto uso delle
erbe per le sue pozioni».
Il suo dizionario ha
103 lemmi, permette una lettura e poi i rimandi da una voce all’altra sono
tanti e aiutano a comprendere meglio. Alcuni interrogativi però mi
rimbombava sempre mentre leggevo: Ma in Basilicata ci sono ancora le maciare ?
I Lucani credono ancora nella magia popolare? A volte scherzo nominando
Colobraro- tra l’altro un bel borgo e con un gran spettacolo a tema- e vedo
reazioni particolari. Io ci rido ma molti ci credono o fanno finta di crederci.
«I creduloni esistono in ogni cultura.
La fama negativa di Colobraro è stata costruita a freddo, anche se
involontariamente, poi alcuni etnologi hanno rafforzato tale “diceria” per cui
questo povero paese è stato “marchiato a fuoco”. Oggi per Colobraro la magia è
diventata una “griffe” positiva per il turismo. Le maciare esistevano perché la
medicina era assente dai nostri paesi. Esistevano perché fornivano mezzi per
sedurre, oggi i metodi di seduzione sono cambiati. Esistevano per
“sostituire” i miracoli quando i
miracoli non arrivano a soddisfare i
bisogni minimi della povera gente».





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