lunedì 29 gennaio 2018

NICCOLINA LICCIARDI "LA FIMMINA DI U BIZZARRU" - MONOLOGO DI LEONARDO PISANI



Monologo dello spettacolo "La Ninna Nanna della Lupa Brigranta" di Leonardo PIsani e Eva Immediato 



Li vedete quei due mastini; si vero sono belli;tanto e sono feroci molto. Raccontavano che si cibavano di carne umana, di poveri prigionieri o sventurati soldati francesi che incappavano in lui: il terribile U Vizzarru. Si proprio lui; il terrore delle Calabrie Francesco Moscato; alto bello e crudele; impavido coraggioso ma senza cuore o pietà.. Ed io chi sono vi chiederete; vestita come un uomo, con abiti lacerati e pieni di fango. Sono Niccolina, solo Niccolina Licciardi una donna come altre credetemi o almeno lo ero tanto tempo fa. Ero una normale ragazza di paese; mi alzavo presto la mattina all’alba per resettare casa e aiutare mia madre e le mie sorelle nelle faccende di femmine. Uscivo poco; erano altri tempi credetemi: una ragazza per bene restava a casa e se usciva lo faceva accompagnata da madre, zie, nonne e chi più ne ha più ne metta per andare a comprare un po’ di pane nero o un uovo; e la sera timorata di Dio ai vespri a cantare il Te Deum. Si vero, ero bruna e di bell’aspetto; capelli ed occhi neri: in giro la gente del paese diceva la Niccolina troverà un bel zito; con molti tornesi e terre.. Ed io sognavo ad occhi aperti che prima o poi; anzi prima un bel zito me lo trovassero con la benedizione di padre e madre e una vita tranquilla e tanti figli.
Ma il buon dio non ha voluto così.. scusate… non è stato il cielo ma l’inferno a non volere che io , la giovane e desiderata Niccolina avesse un marito ed una casa da pulire ed una famiglia da crescere no. Ci si mise il demonio  quel giorno..  e come che lo ricordo. C’era un bel sole; un bel cielo azzurro come solo la buona stagione della mia terra sa dare. Mi credete? L’inferno arrivo per colpa di quella afa. Ho aperto la finestra di casa per far entrare aria ed uscire il tanfo e mi prese in Diavolo in persona. Mi aveva vista ed io vidi lui… No no no… Non aveva ne corne ne zampe di caprone; era una bellezza: moro, alto, vestito come un signore di quelli che vivono nella città e nei palazzi. Si era il re delle nostre terre; da quando Re Ferdinando con la Regina Carolina se ne erano andati la a Palermo per fuggire dai francesi; uomini senza Dio e nemici della Chiesa. Si era Lui in persona; U Vizzarru . Il Capo brigante amico del re e della Regina; ricco e temuto e pioeno di donne; quante belle fimmine avia ma volle me. E mi prese come si prende una cosa. Mi innamorai di quel Belzebù fatto uomo. Si alla follia ; subito.. Il fuoco dell’Inferno e dei dannati bruciò anche me. Niccolina Licciardi a fimminadu U Vizzarru.. La capa Brigantessa; la calabresa bella che ammazzava i nemici del Re borbone..  A pensare che a Seminara dicevano che mi aveva rapita per un riscatto.. Mah .. povera gente eravamo, no Francesco mi prese perché mi voleva e divenni la sua amante, femmina e compagna. Dividevamo ogni cosa dall’oro dei francesi e di quei signorivenduti a Napoleone, al caldo d’estate e d al gelo d’inverno quando ci nascondevamo; abbiamo diviso i tornesi e i soldi d’oro  e la pioggia quando scappavamo. Si, vero ero abituata a fare tutti i lavori a casa e mettermi un vestito decente la domenica per andare alla Santa Messa; e mi piaceva essere osservata, ammirata anche dai figli dei signori quando passavo davanti ai loro palazzi; ben vestiti e curati. Però; che dire io di quell’uomo mi ero innammorata; so che pensate che mi ha rapita con la forza. Che era un assassino; odiato e temuto, nessuno lo rispettava ma avevano paura della sua ferocia. Lo so, lo so si diceva che dava carne umana ai due suoi mastini; gli unici che gli fossero fedeli; perché le bestie non sanno la differenza tra bene e male; amano il loro padrone e basta. Lo amavo anche io credetemi e da umile figlia di umili ho dormito nelle grotte come ho dormito dal Borbone, trattata da contessa. Io Niccolina, dagli occhi neri di lupa e dai lunghi capelli color di carbone seduta accanto alla Regina, Carolina l’austriaca; mi dicevano che era discendente di tanti Re ed Imperatori; però non avevo timore e riverenza. Ero la fimmina del loro eroe di Calabria; così dicevano. Palazzi o boschi; ero temuta e rispettata anche dai soldati o come li chiamavano i traditori i briganti e assassini. Mi piceva quella vita o almeno finchè il fuoco avvolgeva il mio corpo e sentivo il suo calore sulla mia pelle; selvaggia come una lupa , era l’uomo mio e gli lasciavo i segni come una gatta selvaggia.. Era mio, era mio, era mio… No, no,nooooooo… Quiddunun era muri, nun era fuocu di amuri.. Era il Diavolo e non lo capivo; come non lo capivano quei due cani neri neri come me neri come l’anima del demonio che amavo. Si demonio… E nera è diventata anche l’anima mia. Ma non lo sapevo; non potevo capire presa dalla ingordigia di avere tutto e prendere tutto. Non avevamo da mangiare; bastava andare in una casa o di ricchi o di poveri non cambiava nulla; diventava nostra tutto.. Spesso anzi quasi sempre lasciavamo il silenzio dietro noi; ed ilo fuoco ed il fumo; noi ridevamo; altri piangevano i morti, altri non potevano piangere… I morti ammazzati non piangono.. Fimmina di Brigrante, e pure moglie di Brigante… 


U Vizzarru voleva un erede; vulia che la sua stirpe continuava perché era il vero Re di tutte le terre della calabria.. Ed io sottomessa un figlio gli diedi; non capivo e poi na fimmina è fimmina si ha una criatura. Era bello; occhi grandi come una castagna; sembrava natu cun u  soli caldo tanto la pella sua era lucente e non nera come il demonio del padre.
Stavamo sempre assieme, Il capo, la moglie ed il piccininno bello come un quadro che vidi a Palermo e loro i due mastini neri, nostri compagni e guardie. Un giorno, arrivò un nuovo comandante dei traditori francesi, pure lui uscito dell’Inferno perché per cacciare un demonio ci vuole un altro diavolo. Un Lucifero, due occhi di brace, biondo e bianco come le nevi della Sila ,ma senza pietà Forse lo avevano cacciato dalla terra dei dannati; eravamo diventate noi le prede gli animali da stanare, piano piano ci mancava l’aria, ci mancava ogni giorno un cespuglio, poi ci manco tutto, i segreti nascondigli, le vie nei boschi, le grotte; gli uomini catturati e passati a sciabolate; le teste mozzate. Rimanemmo in cinque Il demonio, la sua schiava ed il mio tesoro di pochi mesi; denutrito,pallido ed i due mastini; in salute loro e sempre fedeli nello scellerato patto.
Non ricordo cosa successe, scappammo verso la Sicilia; o almeno volevamo farlo per trovare protezione da O Re Lazzarone, so’ che si sentiva da lontano il latrare di altri cani che cercavano le lepri, le 5 lepri da sbranare.. Era notte; una notte senza Luna, senza lucciole, senza speranza … Riuscimmo a trovare un antico sentiero che nascosto tra i faggi e le querce finiva in una delle nostre grotti inaccessibile.. Anche quel demonio aveva paura, era la prima volta . Il suo volto .. Non era più il Capo, il re, Il brigante ma un servo che scappava dalla punizione di un barone malvagio; il mio piccolo tossì.. il mio piccolo pianse… il mio piccolo aveva fame ed io non avevo latte.. Neanche il suono del fiume in piena nascondeva il lamento dell’unico innocente; piangeva, piangeva e piangeva.. U Bizzarru mi prese per la gola, mi disse “Non sei capace di far smettere di piangere a tuo figlio”. Lo prese, suo figlio lo afferrò. non era suo figlio, non era nulla, era un rumore da far smettere… Era uno straccio sbattuto contro una roccia, ho sentito solo un botto; poi nulla solo i  mastini credevano fosse arrivato un nuovo pasto. Io non piansi, presi quello che una volta era mio figlio lo avvolsi in un cencio e lo abbracciai. Seguii  il mio uomo;era il mio uomo il mio padrone. Arrivammo alla grotta; al sicuro; nel silenzio. “Francesco” gli dissi io fimmina diabolica “lega i mastini, se fuiscono possono far capire che siamo qui”. Lo fece e si addormento; come un contadino che aveva sbattuto il grano; il demonio non piange i figli morti od uccisi. Solo uno sparo; i cani cercarono di avventarsi e solo due spari. Presi il suo coltello …. Lo presi; tagliai senza pensare a nulla. Aspettai che il sole sorridesse; trovai l’albero più bello e scavai fino a rompermi quegli artigli di gatta selvatica, unghie una volta lunghissime e mani una volta forti ora  rotte ma il mio piccolo ricevette il bacio della madre terra.. Andai a Catanzaro fino al palazzo del Governatore; mi chiesero chi fosse e dissi la Fimmina du U Bizzarru .. Gridai ho un regalo per sua Signoria da parte del Re dei boschi.. Mi ricevette; mi guardò e senza collera e senza gentilezza mi ordinò di parlare. Non dissi nulla, gli buttai solo il sacco che avevo. Buttato li sul tavolo tra tutte le carte, tra bicchieri di vetro e bottiglie di chissà quale liquori raffinati. La testa di Francesco Moscato, U Bizzarru; bizzarramente divenne un portacarte come quei teschi che vedevo sui tavoli di certi signori prima di depredarli e sgozzarli mentre piangevano. Mi diedero mille ducati; la taglia di sua maestà Gioacchino, lo stalliere. Li presi come compenso del mio tradimento verso Belfagor; verso quella bestia immonda che amavo; ritornai dove dormiva il mio piccolo…  Poi non ricordo più nulla.. Sono Niccolina; Niccolina Licciardi femmina di U Bizzarru, femmina assassina, madre che piange la sua criaturina…
( scritto da Leonardo Pisani)

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