Monologo dello spettacolo "La Ninna Nanna della Lupa Brigranta" di Leonardo PIsani e Eva Immediato
Li vedete quei due mastini; si vero sono belli;tanto e
sono feroci molto. Raccontavano che si cibavano di carne umana, di poveri
prigionieri o sventurati soldati francesi che incappavano in lui: il terribile
U Vizzarru. Si proprio lui; il terrore delle Calabrie Francesco Moscato; alto
bello e crudele; impavido coraggioso ma senza cuore o pietà.. Ed io chi sono vi
chiederete; vestita come un uomo, con abiti lacerati e pieni di fango. Sono
Niccolina, solo Niccolina Licciardi una donna come altre credetemi o almeno lo
ero tanto tempo fa. Ero una normale ragazza di paese; mi alzavo presto la
mattina all’alba per resettare casa e aiutare mia madre e le mie sorelle nelle
faccende di femmine. Uscivo poco; erano altri tempi credetemi: una ragazza per
bene restava a casa e se usciva lo faceva accompagnata da madre, zie, nonne e
chi più ne ha più ne metta per andare a comprare un po’ di pane nero o un uovo;
e la sera timorata di Dio ai vespri a cantare il Te Deum. Si vero, ero bruna e
di bell’aspetto; capelli ed occhi neri: in giro la gente del paese diceva la
Niccolina troverà un bel zito; con molti tornesi e terre.. Ed io sognavo ad
occhi aperti che prima o poi; anzi prima un bel zito me lo trovassero con la
benedizione di padre e madre e una vita tranquilla e tanti figli.
Ma il buon dio non ha voluto così.. scusate… non è
stato il cielo ma l’inferno a non volere che io , la giovane e desiderata
Niccolina avesse un marito ed una casa da pulire ed una famiglia da crescere
no. Ci si mise il demonio quel
giorno.. e come che lo ricordo. C’era un
bel sole; un bel cielo azzurro come solo la buona stagione della mia terra sa
dare. Mi credete? L’inferno arrivo per colpa di quella afa. Ho aperto la
finestra di casa per far entrare aria ed uscire il tanfo e mi prese in Diavolo
in persona. Mi aveva vista ed io vidi lui… No no no… Non aveva ne corne ne
zampe di caprone; era una bellezza: moro, alto, vestito come un signore di
quelli che vivono nella città e nei palazzi. Si era il re delle nostre terre;
da quando Re Ferdinando con la Regina Carolina se ne erano andati la a Palermo
per fuggire dai francesi; uomini senza Dio e nemici della Chiesa. Si era Lui in
persona; U Vizzarru . Il Capo brigante amico del re e della Regina; ricco e
temuto e pioeno di donne; quante belle fimmine
avia ma volle me. E mi prese come si prende una cosa. Mi innamorai di quel
Belzebù fatto uomo. Si alla follia ; subito.. Il fuoco dell’Inferno e dei
dannati bruciò anche me. Niccolina Licciardi a fimminadu U Vizzarru.. La capa
Brigantessa; la calabresa bella che ammazzava i nemici del Re borbone.. A pensare che a Seminara dicevano che mi
aveva rapita per un riscatto.. Mah .. povera gente eravamo, no Francesco mi
prese perché mi voleva e divenni la sua amante, femmina e compagna. Dividevamo
ogni cosa dall’oro dei francesi e di quei signorivenduti a Napoleone, al caldo
d’estate e d al gelo d’inverno quando ci nascondevamo; abbiamo diviso i tornesi
e i soldi d’oro e la pioggia quando
scappavamo. Si, vero ero abituata a fare tutti i lavori a casa e mettermi un
vestito decente la domenica per andare alla Santa Messa; e mi piaceva essere
osservata, ammirata anche dai figli dei signori quando passavo davanti ai loro
palazzi; ben vestiti e curati. Però; che dire io di quell’uomo mi ero
innammorata; so che pensate che mi ha rapita con la forza. Che era un
assassino; odiato e temuto, nessuno lo rispettava ma avevano paura della sua
ferocia. Lo so, lo so si diceva che dava carne umana ai due suoi mastini; gli
unici che gli fossero fedeli; perché le bestie non sanno la differenza tra bene
e male; amano il loro padrone e basta. Lo amavo anche io credetemi e da umile
figlia di umili ho dormito nelle grotte come ho dormito dal Borbone, trattata
da contessa. Io Niccolina, dagli occhi neri di lupa e dai lunghi capelli color di
carbone seduta accanto alla Regina, Carolina l’austriaca; mi dicevano che era
discendente di tanti Re ed Imperatori; però non avevo timore e riverenza. Ero
la fimmina del loro eroe di Calabria; così dicevano. Palazzi o boschi; ero
temuta e rispettata anche dai soldati o come li chiamavano i traditori i
briganti e assassini. Mi piceva quella vita o almeno finchè il fuoco avvolgeva
il mio corpo e sentivo il suo calore sulla mia pelle; selvaggia come una lupa ,
era l’uomo mio e gli lasciavo i segni come una gatta selvaggia.. Era mio, era
mio, era mio… No, no,nooooooo… Quiddunun
era muri, nun era fuocu di amuri.. Era il Diavolo e non lo capivo; come non
lo capivano quei due cani neri neri come me neri come l’anima del demonio che
amavo. Si demonio… E nera è diventata anche l’anima mia. Ma non lo sapevo; non
potevo capire presa dalla ingordigia di avere tutto e prendere tutto. Non
avevamo da mangiare; bastava andare in una casa o di ricchi o di poveri non
cambiava nulla; diventava nostra tutto.. Spesso anzi quasi sempre lasciavamo il
silenzio dietro noi; ed ilo fuoco ed il fumo; noi ridevamo; altri piangevano i
morti, altri non potevano piangere… I morti ammazzati non piangono.. Fimmina di Brigrante, e pure moglie di
Brigante…
U Vizzarru voleva un erede; vulia che la sua stirpe continuava perché
era il vero Re di tutte le terre della calabria.. Ed io sottomessa un figlio
gli diedi; non capivo e poi na fimmina è fimmina si ha una criatura. Era bello;
occhi grandi come una castagna; sembrava natu cun u soli caldo tanto la pella sua era lucente e
non nera come il demonio del padre.
Stavamo sempre assieme, Il capo, la moglie ed il piccininno bello come un quadro che vidi
a Palermo e loro i due mastini neri, nostri compagni e guardie. Un giorno,
arrivò un nuovo comandante dei traditori francesi, pure lui uscito dell’Inferno
perché per cacciare un demonio ci vuole un altro diavolo. Un Lucifero, due
occhi di brace, biondo e bianco come le nevi della Sila ,ma senza pietà Forse
lo avevano cacciato dalla terra dei dannati; eravamo diventate noi le prede gli
animali da stanare, piano piano ci mancava l’aria, ci mancava ogni giorno un
cespuglio, poi ci manco tutto, i segreti nascondigli, le vie nei boschi, le
grotte; gli uomini catturati e passati a sciabolate; le teste mozzate.
Rimanemmo in cinque Il demonio, la sua schiava ed il mio tesoro di pochi mesi;
denutrito,pallido ed i due mastini; in salute loro e sempre fedeli nello
scellerato patto.
Non ricordo cosa successe, scappammo verso la Sicilia;
o almeno volevamo farlo per trovare protezione da O Re Lazzarone, so’ che si sentiva
da lontano il latrare di altri cani che cercavano le lepri, le 5 lepri da
sbranare.. Era notte; una notte senza Luna, senza lucciole, senza speranza …
Riuscimmo a trovare un antico sentiero che nascosto tra i faggi e le querce
finiva in una delle nostre grotti inaccessibile.. Anche quel demonio aveva
paura, era la prima volta . Il suo volto .. Non era più il Capo, il re, Il
brigante ma un servo che scappava dalla punizione di un barone malvagio; il mio
piccolo tossì.. il mio piccolo pianse… il mio piccolo aveva fame ed io non
avevo latte.. Neanche il suono del fiume in piena nascondeva il lamento
dell’unico innocente; piangeva, piangeva e piangeva.. U Bizzarru mi prese per
la gola, mi disse “Non sei capace di far smettere di piangere a tuo figlio”. Lo
prese, suo figlio lo afferrò. non era suo figlio, non era nulla, era un rumore
da far smettere… Era uno straccio sbattuto contro una roccia, ho sentito solo
un botto; poi nulla solo i mastini
credevano fosse arrivato un nuovo pasto. Io non piansi, presi quello che una
volta era mio figlio lo avvolsi in un cencio e lo abbracciai. Seguii il mio uomo;era il mio uomo il mio padrone.
Arrivammo alla grotta; al sicuro; nel silenzio. “Francesco” gli dissi io fimmina diabolica “lega i mastini, se fuiscono possono far capire che siamo qui”. Lo
fece e si addormento; come un contadino che aveva sbattuto il grano; il demonio
non piange i figli morti od uccisi. Solo uno sparo; i cani cercarono di
avventarsi e solo due spari. Presi il suo coltello …. Lo presi; tagliai senza
pensare a nulla. Aspettai che il sole sorridesse; trovai l’albero più bello e
scavai fino a rompermi quegli artigli di gatta selvatica, unghie una volta
lunghissime e mani una volta forti ora
rotte ma il mio piccolo ricevette il bacio della madre terra.. Andai a
Catanzaro fino al palazzo del Governatore; mi chiesero chi fosse e dissi la
Fimmina du U Bizzarru .. Gridai ho un regalo per sua Signoria da parte del Re
dei boschi.. Mi ricevette; mi guardò e senza collera e senza gentilezza mi
ordinò di parlare. Non dissi nulla, gli buttai solo il sacco che avevo. Buttato
li sul tavolo tra tutte le carte, tra bicchieri di vetro e bottiglie di chissà
quale liquori raffinati. La testa di Francesco Moscato, U Bizzarru;
bizzarramente divenne un portacarte come quei teschi che vedevo sui tavoli di
certi signori prima di depredarli e sgozzarli mentre piangevano. Mi diedero
mille ducati; la taglia di sua maestà Gioacchino, lo stalliere. Li presi come
compenso del mio tradimento verso Belfagor; verso quella bestia immonda che
amavo; ritornai dove dormiva il mio piccolo…
Poi non ricordo più nulla.. Sono Niccolina; Niccolina Licciardi femmina
di U Bizzarru, femmina assassina, madre che piange la sua criaturina…
( scritto da Leonardo Pisani)


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