Cataldo Jannelli (Brienza, 20 settembre 1781 – Napoli, luglio 1848) è stato un presbitero, filosofo e archeologo italiano,
specializzato sulla a civiltà egizia, nubiana ed etrusca,
e alla glottologia orientale
Biografia a cura di Maria Luisa Perna
JANNELLI, Cataldo. -
Nacque a Brienza, in Basilicata, il 20 settembre 1781, da Prospero e da Luisa Labriola.
Destinato alla carriera ecclesiastica, frequentò il seminario di Marsico Nuovo.
Il buon successo negli studi classici gli consentì di essere incaricato, a
sedici anni, di insegnare latino nello stesso seminario. Appena presi i voti si
trasferì a Napoli, per completare la sua preparazione culturale approfondendo
gli studi di filologia classica e di lingue orientali.
Nella capitale
divenne molto amico del gesuita Giovanni Andrés, prefetto della Biblioteca
reale, destinata a prendere (1816) il nome di Borbonica. Con i suoi buoni uffici
ottenne un impiego nella biblioteca: nel 1808 fu nominato
"scrittore", con l'incarico di ordinare la sezione dei manoscritti
latini, del cui fondo tenne le chiavi fino al 1816. Fu l'inizio di una carriera
proseguita per tutta la vita, fino alla massima carica di prefetto.
Le sue prime opere
hanno diretto rapporto con i compiti assunti. Curò infatti la trascrizione e il
commento di un codice di Nicola Perotti contenente alcune favole di Fedro,
conservato presso la biblioteca, piuttosto mal ridotto e con parti poco
leggibili, dandolo alle stampe: Codex Perottinus ms. Regiae Bibliothecae Neapolitanae duas et triginta
Phaedri fabulas iam notas… continens (Napoli 1809).
La pubblicazione fu
occasione di una vivace polemica con un altro erudito, G.A. Cassitto, che nel
novembre 1808 aveva anticipato un'edizione dello stesso codice (Phaedri fabularum liber novus e ms. cod. Perottino),
in una lezione che lo stesso autore riconobbe molto scorretta. Nel 1811 il
Cassitto fece altre due stampe del proprio lavoro, molto diverse dalla prima,
con correzioni ispirate all'edizione dello Jannelli, che se ne risentì
moltissimo e ricorse all'Accademia di storia e antichità per ottenere una sorta
di perizia. Una apposita commissione dell'Accademia riconobbe le ragioni dello Jannelli
nella relazione che il presidente, C. Rosini, trasmise al ministro G. Zurlo,
attestando la correttezza filologica dell'edizione jannelliana e i plagi del
Cassitto. A sua volta Jannelli ripubblicò Phaedri fabulae ex codice Perottino ms. Regiae
Bibliothecae Neapolitanae emendatae, suppletae et commentario instructae(Napoli
1811), cui premise una De Phaedri vita, e poi, nello stesso
anno, In Perottinum codicem… dissertationes tres, e l'anno
seguente, ancora a Napoli, In Cassittianam novarum fabularum editionem
Colloquia.
Nel quadro del
dibattito culturale che nel corso del periodo napoleonico, sulle orme di
Vincenzo Cuoco, si sviluppò a Napoli sulla riscoperta di Giambattista Vico,
l'importanza della storia e della filosofia della storia, anche lo J. volse la
propria attenzione a questi temi. Piegò in questa direzione i suoi interessi
filologici, che anzi acquistarono così nuovo rilievo come strumento
fondamentale della scienza storica, cui intendeva dedicarsi.
Questi nuovi
interessi trovarono l'occasione di manifestarsi pubblicamente all'inizio della
Restaurazione, quando il Cuoco, nominato consigliere di Stato, propose al re di
istituire presso l'Università napoletana una cattedra di scienza della storia.
Nel 1816 lo Jannelli si propose di concorrervi, vedendo nell'istituenda
cattedra la possibilità di contribuire a un rinnovamento istituzionale degli
studi nel senso da lui auspicato.
Secondo il nipote
Antonio fu A. Belli, primo bibliotecario della Borbonica, amico ed estimatore
dei suoi talenti, a presentarlo al Cuoco come "un eccellente
vichiano", che avrebbe potuto corrispondere alle sue aspettative. Nei
colloqui che seguirono lo J. avanzò le proprie credenziali con un piano di
lavoro esposto nel Saggio di un nuovo piano d'istituzioni analitiche
di storia universale antica ovvero del corso del genere umano e principalmente
de' progressi e sviluppo delle conoscenze e spirito di lui dal diluvio a Gesù
Cristo. Il Cuoco,
favorevolmente impressionato, lo esortò tuttavia a "dar opera - in primo
luogo - a un lavoro che illustrasse la necessità della scienza della
storia". Così il Piano apparve
solo postumo, sul primo numero della Rivista
Sebezia (luglio 1855,
pp. 11-36), a cura del nipote Antonio, che ne accompagnò il testo con una breve
ricostruzione della genesi e con la lettera inviata dallo Jannelli. al Cuoco
nel maggio 1816, in
risposta a un invito dei fondatori del periodico, B. Fabricatore e G. Serena.
Sulla spinta
dell'invito del Cuoco nacque invece il Sulla natura e necessità della scienza delle cose e
delle storie umane. Saggio…, stampato a Napoli, presso il Porcelli,
nel 1817, con dedica a Ferdinando di Borbone. Con quest'opera lo J., per
unanime giudizio degli studiosi della tradizione vichiana, si collocò in
posizione originale tra i primi autentici seguaci di Vico, capace di sviluppare
con autonomia la riflessione sulla Scienza nuova nella sua concezione della storia
(l'opera fu riproposta come Cenni di Cataldo Jannelli sulla natura e necessità
della scienza delle cose e delle storie umane con cenni sui limiti e sulla
direzione degli studi storici di Gian Domenico Romagnosi; e Discorso e analoga appendice sul sistema e sulla vita di Vico del
professore Giulio Michelet, Milano 1832).
Obiettivo dichiarato
dello Jannelli è rivalutare l'importanza
della storia, mettendone in risalto l'utilità anche in polemica con le tesi
esposte da M. Delfico nei suoi Pensieri sulla storia e sulla incertezza e
inutilità della medesima (Forlì
1806). "La vera utilità della storia" - argomento cui lo Jannelli
dedicò il cap. XII della prima parte (pp. 93-106) - "è l'utilità
scientifica, l'utilità letterata", perché "è in noi un
bisogno vivissimo di sapere, un bisogno pressante e perpetuo di conoscere, un
bisogno naturale di aver notizia di chechesia", che la storia soddisfa facilmente
perché "espone, racconta, narra e se prova e dimostra il fa pure con
facili e agevoli maniere", per mezzo della "bella e grata varietà
delle materie e degli obietti di cui si occupa: ora leggi, ora costumi, ora
istituzioni; ora fatti pubblici, ora privati, or popolari, or filosofici, ora
arti, ora mestieri, ora scienze; ora guerre, ora paci"; in sostanza
"non v'ha obietto di umane cose di cui ella non tratti" (ibid., pp. 103 s.).
Occorre quindi
tornare alla scienza della storia, distinguendo in essa una "scienza delle
umane cose", per la quale si richiede che si approntino strumenti di
indagine che consentano di certificare e ricostruire su prove e testimonianze
certe il processo evolutivo delle società umane, e "una scienza delle storie
umane" (o istorosofia, secondo la sua
definizione), cioè una teoria della storiografia. Vico ha aperto la strada
perché la Scienza nuova è un tentativo di storia delle umane
cose, di "storia ideale eterna dell'umanità", troppo però confusa
nella trattazione, oscura nel linguaggio, incompleta nella individuazione degli
argomenti da trattare. Altro rilievo critico dello Jannelli al Vico riguarda il
concetto della provvidenza divina, che "ha spesso un senso ambiguo,
indeterminato ed incerto. Alcune volte è la vera e reale azione di Dio colla
quale governa e regge il mondo e conduce al loro fine le umane cose. Altre
volte è la persuasione che gli uomini hanno di tale azione di Dio su di
loro" (ibid., p. 165).
La cattedra non gli
fu assegnata, ma il Saggio destò grande interesse, non tanto al
momento quanto in seguito, attirando l'attenzione di J. Michelet e di G.D.
Romagnosi, nonché poi di Benedetto
Croce, Giovannu Gentile ed E. Garin. D'altro canto lo stesso J. aveva
rivolto un invito a F.S. Salfi, che si trovava a Parigi, affinché facesse
leggere il suo Saggio e gli riferisse i commenti francesi.
Nel frattempo sviluppava la sua attività organizzativa presso la biblioteca,
della quale nel 1822 divenne secondo bibliotecario, "col soldo di ducati
quaranta". Propose un nuovo ordinamento dei manoscritti (Guerrieri, p. 24)
e nel 1827 pubblicò la descrizione di 434 codici latini, divisi in sezioni che
riprendevano quelle del nuovo ordinamento, nel Catalogus
bibliothecae Latinae veteris et classicae manuscriptae quae in Regio Neapolitano
Museo Borbonico adservatur (Napoli
1827).
Contemporaneamente,
sviluppando le premesse metodologiche del Saggio, si dedicava con minuzioso e
costante impegno ad analizzare e studiare le vestigia degli antichi popoli, per
decodificarne lessico e scrittura.
Nacque così una
serie di opere pubblicate a Napoli nel 1830: Fundamenta hermeneutica hierographiae crypticae
veterum gentium sive hermeneutices hierographicae libri tres; Tabulae
Rosettanae hieroglyphicae et centuriae sinogrammatum polygraphicorum interpretatio
per lexeographiam Temuricosemiticam tentata; Hieroglyphica Aegyptia tum scripta, eaque ex Horo-Apolline aliisque
veteribus scriptoribus selecta: tum insculpta, eaque ex obelisco Flaminio
potissimum desumpta, et symbola aliquot Pythagorica per lexeographicam
Temuricosemiticam tentata (a
questo scritto si collegano Alcune quistioni sui geroglifici degli egizi: da
servire di estratto a quella parte dell'opera del signor Jannelli che tratta di
essi, s.n.t.). A queste opere seguì l'anno successivo, a Napoli, un Tentamen
hermeneuticum inhierographiam crypticam veterum gentium… sive problemata,
theoremata, etyma et lemmata selecta ex hierographia Hebraeorum, Syrorum,
Phrygium, Graecorum, Italorum, Scandinavorum, Aegyptiorum, Persarum, Indorum et
Sinensium per lexeographiam Temuricosemiticam tentata. Sugli stessi
argomenti pubblicò interventi critici sul periodico Il
Progresso: Riflessioni… su due lettere del sig. Francesco
Salvolini intorno ai geroglifici cronografici degli Egizi (III [1834], 7, p. 53); Motivi
per li quali sul giornale napoletano detto Il Progresso non si sono dati
estratti, né fatti elogi dell'opera del signor Ippolito Rosellini su i
monumenti storici dell'Egitto e della Nubia, ossia Cenni critici di Cataldo
Jannelli sull'opera stessa (IV
[1835], 10, pp. 98-143).
Analogo interesse
dedicò alla ricostruzione e interpretazione delle lingue dei popoli italici
attraverso le iscrizioni: Tentamina hierographica atque etymologica: de
hierographia et pantheo Etruscorum; de vasis pictis; de pantheopoeismo veterum;
de linguagrammatodynamica etc. (Napoli
1840); Tentamen hermeneuticum in Etruscas inscriptiones (ibid. 1840); Veterum
Oscorum inscriptiones et Tabuale Eugubinae Latina interpretatione tentatae: tum
specimina etymologica in probationem systematis glossogonici atque hermeneutici
propositi (ibid.
1841).
Nonostante le
premesse e le pretese di rigore scientifico, e la mole della documentazione
conosciuta ed esaminata, spesso le tesi esposte in queste farraginose opere
sono poco fondate, come ebbe a notare Thomas Mommsen, che conobbe lo Jannelli
durante un suo viaggio in Italia, a proposito delle peregrina tesi di una
derivazione della lingua degli Osci dall'ebraica. Infatti lo Jannelli
profondamente cattolico, pur con la vasta cultura e la profonda conoscenza dei
documenti, nel ricostruire "la storia delle origini europee, che fu il
lavoro di tutta la sua vita", rifiutava di prendere atto delle novità
della "moderna linguistica comparata così contraria al documento
mosaico" (Croce, 1964, p. 55).
Nel 1844 il nipote
Antonio pubblicò a Napoli un De vita et scriptis Auli Jani Parrhasii,
che lo zio aveva preparato su suggerimento ed esortazione dell'Andrés, sulla
base della vasta documentazione disponibile nella Biblioteca Borbonica, ancora
prima del Saggio e che, proprio per il sopravvenire
degli altri impegni, era rimasto inedito. Come socio dell'Accademia
Ercolanese, con la quale cominciò a collaborare nel 1827 e di cui fu nominato
socio onorario nel 1839, Jannelli
scrisse varie memorie dedicate alla descrizione e interpretazione di
opere provenienti dagli scavi di Pompei: Pittura pompeiana nella quale si rappresentano le
nozze di Zefiro e Flora, in Memorie della Regale Accademia Ercolanese di
archeologia, II (1833), pp. 213-247 (già pubblicato dopo la
presentazione in una sessione dell'Accademia, Napoli 1827); Osservazioni
sulle interpretazioni date ad una pittura pompeiana dei signori Raoul-Rochette,
Guarini e Hirt, ibid., pp. 275-310 (già Napoli 1829);Osservazioni sulla interpretazione data al quadro
pompeiano detto di Zefiro e Flora dal signor Bernando Quaranta, ibid.,
pp. 335-362; Nuove riflessioni sul gran mosaico pompeiano per
dimostrarvi la battaglia di Alessandro il Macedone, in Il
Progresso, III (1834), 8, pp. 36-51.
Sullo stesso
periodico apparvero suoi interventi a commento di alcuni dei più famosi reperti
della collezione Farnese: Nuova illustrazione della coppa preziosa che si
conserva nel Real Museo Borbonico (VI
[1837], 17, pp. 103-121); Nuove osservazioni sullarappresentazione del gruppo
marmoreo detto Toro Farnese lette nella tornata accademica del25 nov. 1845 (n.s., quaderno XI).
Nel 1845 raggiunse
il culmine della carriera con la nomina (22 giugno) a prefetto della
Biblioteca. Aveva subordinato l'accettazione dell'incarico alla nomina a membro
della giunta, che dal 1822 costituiva l'effettiva direzione della biblioteca,
che gli venne riconosciuta nel settembre seguente. Trascorsero così alcuni mesi
prima dell'assunzione a pieno titolo della carica fin quando, nel giugno 1846,
prestò giuramento.
Nel 1847 la giunta
deliberò la compilazione di un nuovo catalogo generale da presentare al novo
prefetto, che venne affidato alle cure di mons. G. Rossi. Ma l'incalzare delle
vicende politiche del 1848 ebbe i suoi effetti anche sulla Biblioteca reale. Il
ministro dell'istruzione, P.E. Imbriani, decretò lo scioglimento della giunta e
il pensionamento anticipato dello J., fedele funzionario dei Borboni e di
spirito conservatore, "meritissimo per la vasta dottrina" ma
"renduto invalido per gravissima infermità", esaudendo peraltro una
richiesta dello stesso J., al quale venne riconosciuta la pensione intera
"per particolar favore in grazia de' pregi dell'uomo" (Guerrieri, p.
232).
Poco dopo, nel
luglio dello stesso 1848, lo Jannelli si spense a Napoli.

Nessun commento:
Posta un commento