Il foglietto giallo dell’artista austriaco
Era la prima volta che ci
andava. Certo ne aveva sentito parlare e del resto chi non ha mai sentito
parlare di Vienna; i valzer, l’imperatrice dal nome così comune quasi da vicina
della porta accanto Maria Teresa, la torta al cioccolato, la musica di Mozart e
tanti altri cliché. Ma Enrico non aveva mai accarezzato l’idea di visitarla o
meglio non ci aveva mai pensato. Attratto più da località italiane o gaudenti
come a volte riuscivano esserlo mete dove poter divertirsi spensierati lasciando in un angolo sperduto della sua memoria le preoccupazioni e gli
stress del lavoro. Vienna... Ma non era certo la Città del valzer e del Danubio blu la meta...
Quel week end voleva partire per Dublino, la
verde Irlanda dalla musica celtica che adorava. Invece no. L’imperiale Vienna, proposta partorita dal suo migliore amico e
complice di scorribande Matteo.
“Mio caro allora si parte”
esordì Matteo con aria sorniona.
“E certo ne abbiamo parlato e
straparlato” rispose Enrico notando qualcosa di strano nell’atteggiamento del
socio di avventure, un mezzo sorrisetto tra il divertito ed il beffardo.
“E ci mancherebbe Enrì. Ho preso
i biglietti dell’aereo: Un’ occasione d’oro. Biglietti di andata e pensa ci
fanno pure ritornare. Mezza pensione nel centro e ci fanno mangiare anche ungherese”. Aveva
l’aria divertita, troppo divertita. Come al solito, a certe stranezze di Matteo
ci era abituato ma questa volta non capiva cosa c’entrasse l’Ungheria con
Dublino. Sollevò la mano, chiuse le dita
a becco e fece il classico gesto aventi e dietro, mentre le sue labbra
disegnarono un mezzo cerchio in giù tipica espressione di chi non capisce il
nesso e con calma chiese “Ma che ci azzecca mangiare ungherese con gli
irlandesi? Abbiamo sempre preferito mangiare locale.” Matteo sbuffò, alzò le braccia al cielo con un gesto teatrale,
guardò un attimo la solita vittima della sua ennesima stramberia con aria quasi
da rimprovero verso chi non capisce al volo ed di botto sbottò “ Perché Vienna
era la Capitale
dell’Impero Austro-ungarico, Cocco e mangiano anche magiaro. Venerdì si parte
da Linate, domenica alle 19 si ritorna.. Statt buon e buona giornata”.
“Ma coooo... ma cooo....ma come... “ balbettò
Enrico incredulo, ma non riusciva ad arrabbiarsi : “ Ma dovevamo andare a Dublino,
ma come ti è venuta”.
Matteo fece un sorriso così
largo che poteva arrivare sino al Canton Ticino, sbattè le mani sonoramente
applaudendo alla sua bravura disse: “ Ho avuto una’offertissima perché due
pirla hanno rinunciato e siccome il nostro caro amico dell’agenzia viaggi con
noi ci ha guadagnato tanto, nonostante sia taccagno me l’ha proposto anche con
uno sconto. Quindi ciccino, poche chiacchiere ed andiamo a trovare Sissi”. La
discussione finì. E Vienna fu.
Era un inizio maggio dal
caldo insolito, questo aiutò a passare piacevolmente la visita nella capitale
austriaca, si rivelò una sorpresa per tutti e due. Maestosa, pulita, ordinata e
bella, tanto bella. Inoltre il gulash della pensione era ottimo, così il tokai
che il proprietario puntualmente abbinava dicendo in un italiano stentato
“Meglio tokai che vostro Barbera”. Avevano avuto consigli da un amico su cosa
visitare nel poco tempo a disposizione, un classico giro da turisti mordi e
fuggi: il duomo di Santo Stefano, il Belvedere con i suoi giardini e la
galleria d’arte, il Museo del tesoro imperiale
"Schatzkammer". Mentre sabato sera un gran finale al Prater di Vienna con l’immancabile
giro sulla gigantesca ruota per ammirare il panorama notturno di Vienna. Uno
spettacolo di mille colori da mozzafiato. La domenica Matteo ed Enrico si
alzarono un po’ tardi; stanchi ma non troppo. Certo due giornate viennesi piene e frenetiche ma abituati stress meneghino. Presero un cappuccio veloce nella
pensione che di certo non eccelleva in quelle italiche specialità, salutarono
il simpatico proprietario dai baffoni stile Francesco Giuseppe il quale ovviamente
sentenziò “Italia bella ma Ungheria di più” ed uscirono per una passeggiata al
centro, senza dimenticarsi di fare un salto culturale alla Demel, che dal 1786 delizia i viennesi
con prelibatezze dolciarie da favola ed i due non si fecero mancare nulla :
strudel di mele, Kaiserschmarrn la famosa stracciata imperiale, l’immancabile
sacher e la Palatschinken ,
una omeletta piena di dolce marmellata.
Soddisfatti ed incuranti del
colesterolo, i due amici per passare il tempo non trovarono di meglio che
curiosare nel centro: qualche foto con smartphone, qualche approccio fallito
con turiste di ogni parte del mondo oppure con bionde e regali austriache con
relativo fallimento finchè per caso, si trovarono in un mercatino, senza luogo
e senza tempo tanto era vario. Un gruppo di zingari suonavano violini e
strani strumenti di percussione, mentre una ragazza danzava e cantava in una
lingua a loro sconosciuta, e banchetti con le più disparate mercanzie e
curiosità da porcellane di certo austriache a oggetti forse dell’est e
immancabilmente artigianato africano ed orientale. Matteo ad un tratto si
fermò, incuriosito da un anziano mercante dalla barba lunga, candida e curata e
da un cappello tipico della tradizione ebraica. Lo era di sicuro. La sua merce : artigianato ebraico con libri antichi, candelabri, strumenti musicali e anche
qualche mobile.
“Aspetta, fermati un po’”
disse Matteo ad Enrico, il quale non si era accorto della curiosità dell’altro. “Che c’è? Ma
quando mai ti sei occupato di artigianato tu” rispose divertito Enrico.
“Embè? C’è sempre una prima volta, io a differenza tua ho stimoli intellettuali tu manco con l’elettrochock li hai” e rise Matteo.
Ma anche Enrico ne fu colpito; c’erano certo cianfrusaglie ma anche oggetti molto belli e curiosi. Una in particolare attirò l'attenzione di Matteo: una vecchia macchina fotografica. Chiese in inglese - o meglio in un improvvisato inglese esotico del tipo : impara a parlare in 10 giorni una lingua straniera - al mercante cosa fosse. Una Agfa Billy Clack tedesca degli anni 30 fu la risposta . D’istinto la comprò, ovviamente prima contrattando il prezzo in un esperanto fatto da gesti, inglese, francese e mimica facciale unita a qualche imprecazione in vari dialetti italiani: alla fine 30 euro. Non era per lui al quale la fotografia non aveva mai interessata ma per il padre da sempre appassionato. Non un regalo da anni. Ora poteva rimediare. La particolarità era, oltre al pezzo da collezione, una sobria ma particolare custodia di lana con caratteri ebraici; ormai consunta dal tempo ma con un certo fascino. E finì il week end viennese. Matteo e Enrico presero l’aereo per ritornare al quotidiano stress di giovani impiegati in una delle tante società ambrosiane. Ma qualcosa però aveva colpito Matteo, sì certo aveva preso la macchina fotografica per il padre ma qualcosa di indefinito, forse istinto, forse semplice curiosità o qualcos’altro l’aveva colpito. Presela Billy Clack con quella
stramba custodia ed iniziò a osservarne in tutti i particolari. Poi il tatto
gli fece scoprire che nella custodia di lana c’era qualcosa: una piccola tasca
nascosta. L’aprì delicatamente e trovò un foglietto ormai
ingiallito. scritto in tedesco e con una frase in caratteri ebraici . L’unica
cosa che decifrò fu la data 12 aprile 1938 e poi un nome Ishmael Rubinstein. Per fortuna o chissà per una coincidenza del destino in quella
classe turistica a tre posti erano in compagnia di un professore tedesco che
parlava italiano e tradusse il breve testo : “ L’Austria è finita, sono nato
suddito dell’imperatore Francesco Giuseppe, sono stato libero cittadino della
Repubblica ed ora siamo caduti in mano
di un imbianchino che chiamano Fuher; il
popolo austriaco ha votato sì all’annessione al III Reich, lo chiamano
Anschluss... Pazzi pazzi pazzi è la fine e soprattutto per noi ebrei; già hanno
iniziato a proibirci il voto, chissà che faranno poi… Sono ebreo, sono un
artista ed ora sono uno senza patria come lo furono i miei antenati per millenni.
Ho venduto quel poco che ho, venderò anche questa mia compagna di vita con cui
ho fermato il tempo con uno semplice scatto ma ora non posso fermare il tempo e
non è un bel tempo. Io andrò via dalla mia amata Vienna, forse in Francia nella
calda Provenza che ama le belle cose e
l’arte, chiunque avrà questa mia amica di vita, la tratti bene e la utilizzi
bene come lo fece il suo amico Ishmael Rubinstein”.
“Embè? C’è sempre una prima volta, io a differenza tua ho stimoli intellettuali tu manco con l’elettrochock li hai” e rise Matteo.
Ma anche Enrico ne fu colpito; c’erano certo cianfrusaglie ma anche oggetti molto belli e curiosi. Una in particolare attirò l'attenzione di Matteo: una vecchia macchina fotografica. Chiese in inglese - o meglio in un improvvisato inglese esotico del tipo : impara a parlare in 10 giorni una lingua straniera - al mercante cosa fosse. Una Agfa Billy Clack tedesca degli anni 30 fu la risposta . D’istinto la comprò, ovviamente prima contrattando il prezzo in un esperanto fatto da gesti, inglese, francese e mimica facciale unita a qualche imprecazione in vari dialetti italiani: alla fine 30 euro. Non era per lui al quale la fotografia non aveva mai interessata ma per il padre da sempre appassionato. Non un regalo da anni. Ora poteva rimediare. La particolarità era, oltre al pezzo da collezione, una sobria ma particolare custodia di lana con caratteri ebraici; ormai consunta dal tempo ma con un certo fascino. E finì il week end viennese. Matteo e Enrico presero l’aereo per ritornare al quotidiano stress di giovani impiegati in una delle tante società ambrosiane. Ma qualcosa però aveva colpito Matteo, sì certo aveva preso la macchina fotografica per il padre ma qualcosa di indefinito, forse istinto, forse semplice curiosità o qualcos’altro l’aveva colpito. Prese
Il professore tedesco guardò
Matteo e con aria mesta e accento teutonico riuscì solo a dire : “ Terribile, in
queste poche parole aveva profetizzato l’orrore che sarebbe successo”. Il
giovane italiano fu colpito; sospirò commosso da quella testimonianza scoperta per caso , e con un filo di voce rispose: “Speriamo che Ismael si sia
poi salvato e abbia realizzato i suoi sogni di artista”. Il professore lo
guardò con uno sguardo dubbioso ed una smorfia che faceva presagire una risposta negativa.
“ Lo spero, lo spero ma la
Provenza… Sa lì ci fu il Regime di
Vichy; un governo fantoccio dei nazisti ed erano antisemiti.. Speriamo che il
nostro Rubinstein abbia poi scelto una altra meta”.
Matteo regalò la Billy Clack
al padre, ma si tenne la guarnizione di lana e il foglietto come un
prezioso cimelio, anni dopo riuscì a farsi tradurre la farse ebraica, era un proverbio
yiddish “Non si muore di fame, ma di
umiliazione.”
Leonardo Pisani

si potrebbe "icavare" unasceneggiatura per un film importante che spazia dai "vitelloni" italiani agli spregiudicati idioti tedeschi ,campi di sterminio repubblica fantoccia , alle godurie di musica dolci e ragazze per bene
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