venerdì 13 gennaio 2017

IL FOGLIETTO GIALLO DELL'ARTISTA AUSTRIACO - RACCONTO DI LEONARDO PISANI





Il foglietto giallo dell’artista austriaco
Era la prima volta che ci andava. Certo ne aveva sentito parlare e del resto chi non ha mai sentito parlare di Vienna; i valzer, l’imperatrice dal nome così comune quasi da vicina della porta accanto Maria Teresa, la torta al cioccolato, la musica di Mozart e tanti altri cliché. Ma Enrico non aveva mai accarezzato l’idea di visitarla o meglio non ci aveva mai pensato. Attratto più da località italiane o gaudenti come a volte riuscivano esserlo mete dove poter divertirsi spensierati lasciando in un angolo sperduto della sua memoria le preoccupazioni e gli stress del lavoro. Vienna... Ma non era certo la Città del valzer e del Danubio blu la meta... 
Quel  week end voleva partire per Dublino, la verde Irlanda dalla musica celtica che adorava. Invece no.  L’imperiale Vienna,  proposta partorita dal suo migliore amico e complice di scorribande Matteo.
“Mio caro allora si parte” esordì Matteo con aria sorniona.
“E certo ne abbiamo parlato e straparlato” rispose Enrico notando qualcosa di strano nell’atteggiamento del socio di avventure, un mezzo sorrisetto tra il divertito ed il beffardo.
“E ci mancherebbe Enrì. Ho preso i biglietti dell’aereo: Un’ occasione d’oro. Biglietti di andata e pensa ci fanno pure ritornare. Mezza pensione nel centro e  ci fanno mangiare anche ungherese”. Aveva l’aria divertita, troppo divertita. Come al solito, a certe stranezze di Matteo ci era abituato ma questa volta non capiva cosa c’entrasse l’Ungheria con Dublino. Sollevò  la mano, chiuse le dita a becco e fece il classico gesto aventi e dietro, mentre le sue labbra disegnarono un mezzo cerchio in giù tipica espressione di chi non capisce il nesso e con calma chiese “Ma che ci azzecca mangiare ungherese con gli irlandesi? Abbiamo sempre preferito mangiare locale.”  Matteo sbuffò, alzò  le braccia al cielo con un gesto teatrale, guardò un attimo la solita vittima della sua ennesima stramberia con aria quasi da rimprovero verso chi non capisce al volo ed di botto sbottò “ Perché Vienna era la Capitale dell’Impero Austro-ungarico, Cocco e mangiano anche magiaro. Venerdì si parte da Linate, domenica alle 19 si ritorna.. Statt buon e buona giornata”. 
“Ma coooo... ma cooo....ma  come... “ balbettò Enrico incredulo, ma non riusciva ad arrabbiarsi  : “ Ma dovevamo andare a Dublino, ma come ti è venuta”.
Matteo fece un sorriso così largo che poteva arrivare sino al Canton Ticino, sbattè le mani sonoramente applaudendo alla sua bravura disse: “ Ho avuto una’offertissima perché due pirla hanno rinunciato e siccome il nostro caro amico dell’agenzia viaggi con noi ci ha guadagnato tanto, nonostante sia taccagno me l’ha proposto anche con uno sconto. Quindi ciccino, poche chiacchiere ed andiamo a trovare Sissi”. La discussione finì. E Vienna fu.
Era un inizio maggio dal caldo insolito, questo aiutò a passare piacevolmente la visita nella capitale austriaca, si rivelò una sorpresa per tutti e due. Maestosa, pulita, ordinata e bella, tanto bella. Inoltre il gulash della pensione era ottimo, così il tokai che il proprietario puntualmente abbinava dicendo in un italiano stentato “Meglio tokai che vostro Barbera”. Avevano avuto consigli da un amico su cosa visitare nel poco tempo a disposizione, un classico giro da turisti mordi e fuggi: il duomo di Santo Stefano, il Belvedere con i suoi giardini e la galleria d’arte, il  Museo del tesoro imperiale "Schatzkammer". Mentre sabato sera un gran  finale al Prater di Vienna con l’immancabile giro sulla gigantesca ruota per ammirare il panorama notturno di Vienna. Uno spettacolo di mille colori da mozzafiato. La domenica Matteo ed Enrico si alzarono un po’ tardi; stanchi ma non troppo. Certo due giornate viennesi piene e frenetiche ma abituati  stress meneghino. Presero un cappuccio veloce nella pensione che di certo non eccelleva in quelle italiche specialità, salutarono il simpatico proprietario dai baffoni stile Francesco Giuseppe il quale  ovviamente sentenziò “Italia bella ma Ungheria di più” ed uscirono per una passeggiata al centro, senza dimenticarsi di fare un salto culturale alla Demel, che dal 1786 delizia i viennesi con prelibatezze dolciarie da favola ed i due non si fecero mancare nulla : strudel di mele, Kaiserschmarrn la famosa stracciata imperiale, l’immancabile sacher e la Palatschinken, una omeletta piena di dolce marmellata.
Soddisfatti ed incuranti del colesterolo, i due amici per passare il tempo non trovarono di meglio che curiosare nel centro: qualche foto con smartphone, qualche approccio fallito con turiste di ogni parte del mondo oppure con bionde e regali austriache con relativo fallimento finchè per caso, si trovarono in un mercatino, senza luogo e senza tempo tanto era vario. Un gruppo di zingari suonavano violini e strani strumenti di percussione, mentre una ragazza danzava e cantava in una lingua a  loro sconosciuta, e banchetti con le più disparate mercanzie e curiosità da porcellane di certo austriache a oggetti forse dell’est e immancabilmente artigianato africano ed orientale. Matteo ad un tratto si fermò, incuriosito da un anziano mercante dalla barba lunga, candida e curata e da un cappello tipico della tradizione ebraica. Lo era di sicuro. La sua merce : artigianato ebraico con libri antichi, candelabri, strumenti musicali e anche qualche mobile.
“Aspetta, fermati un po’” disse Matteo ad Enrico, il quale non si era accorto della curiosità dell’altro.      “Che c’è? Ma quando mai ti sei occupato di artigianato tu” rispose divertito Enrico. 
“Embè? C’è sempre una prima volta, io a differenza tua ho stimoli intellettuali tu manco con l’elettrochock li hai” e rise Matteo.
Ma  anche Enrico ne fu colpito; c’erano certo cianfrusaglie ma anche oggetti molto belli e curiosi. Una in particolare attirò l'attenzione di Matteo:  una vecchia macchina fotografica.  Chiese in inglese - o meglio in un improvvisato inglese esotico del tipo : impara a parlare in 10 giorni una lingua straniera - al mercante cosa fosse.  Una Agfa Billy Clack tedesca degli anni 30 fu la risposta  . D’istinto la comprò, ovviamente prima contrattando il prezzo in un esperanto fatto da gesti, inglese, francese e mimica facciale unita a qualche imprecazione in vari dialetti italiani: alla fine 30 euro. Non era per lui al quale la fotografia non aveva mai interessata ma per il padre da sempre appassionato.  Non un regalo da anni. Ora poteva rimediare. La particolarità era, oltre al pezzo da collezione, una sobria ma particolare custodia di lana con caratteri ebraici; ormai consunta dal tempo ma con un certo fascino. E finì il week end viennese.  Matteo e Enrico presero l’aereo per ritornare al quotidiano stress di giovani impiegati in una delle tante società ambrosiane. Ma qualcosa però aveva colpito Matteo, sì certo aveva preso la macchina fotografica per il padre ma qualcosa di  indefinito, forse istinto, forse semplice curiosità o qualcos’altro l’aveva colpito. Prese la Billy Clack con quella stramba custodia ed iniziò a osservarne  in tutti i particolari. Poi il tatto gli fece scoprire che nella custodia di lana c’era qualcosa: una piccola tasca nascosta. L’aprì delicatamente e trovò un foglietto ormai ingiallito. scritto in tedesco e con una frase in  caratteri ebraici . L’unica cosa che decifrò fu la data 12 aprile 1938 e poi un nome  Ishmael Rubinstein. Per fortuna o chissà per una coincidenza del destino in quella classe turistica a tre posti erano in compagnia di un professore tedesco che parlava italiano e tradusse il breve testo : “ L’Austria è finita, sono nato suddito dell’imperatore Francesco Giuseppe, sono stato libero cittadino della Repubblica  ed ora siamo caduti in mano di un imbianchino  che chiamano Fuher; il popolo austriaco ha votato sì all’annessione al III Reich, lo chiamano Anschluss... Pazzi pazzi pazzi è la fine e soprattutto per noi ebrei; già hanno iniziato a proibirci il voto, chissà che faranno poi… Sono ebreo, sono un artista ed ora sono uno senza patria come lo furono i miei antenati per millenni. Ho venduto quel poco che ho, venderò anche questa mia compagna di vita con cui ho fermato il tempo con uno semplice scatto ma ora non posso fermare il tempo e non è un bel tempo. Io andrò via dalla mia amata Vienna, forse in Francia nella calda Provenza che ama le belle  cose e l’arte, chiunque avrà questa mia amica di vita, la tratti bene e la utilizzi bene come lo fece il suo amico  Ishmael Rubinstein”.
Il professore tedesco guardò Matteo e con aria mesta e accento teutonico riuscì solo a dire : “ Terribile, in queste poche parole aveva profetizzato l’orrore che sarebbe successo”. Il giovane italiano fu colpito; sospirò commosso da quella testimonianza scoperta per caso , e con un filo di voce rispose: “Speriamo che Ismael si sia poi salvato e abbia realizzato i suoi sogni di artista”. Il professore lo guardò con uno sguardo dubbioso ed una smorfia che faceva presagire una  risposta negativa.
“ Lo spero, lo spero ma la Provenza… Sa lì ci fu il  Regime di Vichy; un governo fantoccio dei nazisti ed erano antisemiti.. Speriamo che il nostro Rubinstein abbia poi scelto una altra meta”.
Matteo regalò la  Billy Clack  al padre, ma si tenne la guarnizione di lana e il foglietto come un prezioso cimelio, anni dopo riuscì a farsi tradurre la farse ebraica, era un proverbio yiddish  “Non si muore di fame, ma di umiliazione.”


Leonardo Pisani

1 commento:

  1. si potrebbe "icavare" unasceneggiatura per un film importante che spazia dai "vitelloni" italiani agli spregiudicati idioti tedeschi ,campi di sterminio repubblica fantoccia , alle godurie di musica dolci e ragazze per bene

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