di Leonardo Pisani (Pubblicato
sul Roma del 16 dicembre 2017)
Ci ha lasciati il Michelangelo
dei minatori, a novantasette anni Francesco Libonati ha terminato la sua vita
terrena, ma la sua memoria rimane scolpita come quelle opere nate dal suo estro
e fuoco artistico. Ha ragione il presidente del Consiglio regionale della
Basilicata Francesco Mollica ad affermare che «La Basilicata perde oltre ad un
grande artista anche uno dei suoi figli migliori, la cui storia sembrerebbe da
romanzo o fiction, ma in realtà è la storia di quei tanti lucani che con
tenacia e talento hanno tracciato una scia luminosa nel mondo». Figlio di Lucania povera ma dignitosa,
Francesco Libonati era destinato a esser fabbro come il padre, il nonno e il
suo bisnonno, era nato a Rotonda il
primo dicembre 1920.
Già s’intravedeva in
quell’officina del Pollino che il giovane aveva estro e talento nell’antica
arte di Efeso e nel disegno artistico; dalle sue mani uscivano meraviglie in
ferro. Ma il caso giocò trame misteriose, destinato a diventare un artigiano
come gli avi, nel conflitto mondiale si ritrovò soldato nelle viscere della
terra, a scavare nelle miniere sarde di Carbonia per il Reale Esercito del
Regno D’Italia. Una storia da romanzo, una vita da ramingo degna di uno scritto
dell’ottocento, come Remigio di “Senza Famiglia” o un “David Copperfield”. Con
il Roma ne avevo già scritto, una pagina intera ad agosto e in ottobre
ricordando Primo Carnera, perché la errabonda storia di Libonati meritava e
merita di essere narrata. «Memorie dal sottosuolo del Michelangelo dei
minatori”, scomodo Fëdor Dostoevskij: dalle cime del Pollino alle miniere di
Carbonia, da Rotonda alle viscere della terra nel freddo Belgio. Libonati fu
emigrante, fu minatore e tale sembrava a essere destinato, nero di fumo e con i
polmoni rovinati. “Libonati pur lavorando anche a 800 metri nel sottosuolo
riuscì a prendere il diploma a pieni voti – ricorda Franco Mollica -
Aveva del miracoloso quello che il fabbro lucano era riuscito a compiere. Il direttore dell’Istituto Minerario della
provincia di Mons Culot, gli commissionò un busto, cui fece seguito quello del
presidente dei Deputati della regione dello Hainaut, Stievenart».
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| CON PRIMO CARNERA |
Francesco
divenne il simbolo degli emigrati italiani. Ma non lasciò la miniera; di notte
scava e di giorno scolpiva. Poi ebbe un’idea; scolpire la dura vita delle
viscere e acquistò un blocco di pietra di 4 tonnellate e ne fece uscire una
opera d’arte di due metri e sessanta, un simbolo del minatore tenace nel suo
lavoro e nella sua energia Chiamò la sua opera il "Minatore di tutti i
Paesi" Divenne un simbolo per tutti gli italiani del mondo. Anche un altro
emigrante lo andò a trovare, come fece con Rocco Mazzola quando Carnera andò a
Potenza. “IL pugilatore e il minatore” due emigranti, due simboli viventi. Libonati
continuò a fare il ramingo, divenne un artista affermato e uno stimato docente
di belle arti: prima all’Istituto Statale d’Arte di Potenza e poi nelle
Accademie di Belle Arti di Frosinone, L’Aquila e Roma. Dalle viscere della
terra al plauso di Re Baldovino, dalle miniere ai cieli dell’arte.




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