Come sono nati il cappuccino ed il cornetto? Secondo la
leggenda sono legati ad una data 12 settembre 1683, ovvero al fine dell’assedio
di Vienna e la sconfitta dell’esercito
dell’Impero Ottomano.cappuccino che sarebbe stato inventato,
secondo alcuni, da Padre Marco d'Aviano (il frate cappuccino di origini friulane,
presente alla battaglia), da cui il termine "cappuccino". Secondo
altre fonti da Franciszek Jerzy
Kulczycki, che aprì la prima caffetteria a Vienna, con caffè abbandonato
nell'accampamento dai mussulmani (vedi la Voce. Secondo la leggenda il
Kulczycki aggiunse latte e miele per addolcire il gusto amaro del caffè. Poi al
cornetto o croissant secondo alcune leggende culinarie la forma dei croissant è
stata ideata dopo l'assedio dai pasticcieri viennesi, ispirati dalle insegne
ottomane che recano lamezzaluna (ancora oggi, del resto, presente
nella bandiera turca), a celebrazione dello scampato
pericolo. In realtà il termine Croissant risale al XIX secolo e
risale alla diffusione delle Viennoiserie in
Francia (pasticceria di origine viennese). In particolare
il croissant è il discente del kipferl, un dolce
tedesco che risale perlomeno al XIII secolo.
Partiamo dall’italianissimo cappuccino, la tradizione vuole che la battaglia abbia
ispirato l'invenzione del
Ma leggende a parte p una data storica perche comincia il
declino della millenaria minaccia turca nei confronti dell'Occidente e questa
battaglia rafforzò notevolmente
l’identità europea.
Questa battaglia campale fu combattuta dall'esercito
polacco-austro-tedesco comandato dal re polacco Giovanni III Sobieski contro
l'esercito dell'Impero ottomano comandato dal Gran Visir Merzifonlu
Kara Mustafa Pasha, e fu l'evento decisivo delle guerra, conclusasi definitivamente
con la firma del Trattato di Karlowitz.
L'assedio di Vienna fu posto a partire dal 14 luglio 1683 dall'esercito
dell'Impero Ottomano, composto da circa 140 000
uomini. La battaglia decisiva cominciò l'11 settembre, quando
cioè si concluse il raggruppamento dei rinforzi dalla Polonia,
comandati da Sobieski stesso, dalla Germania e dal
resto dell'Austria, oltre alle forze presenti nella città.
L'imperatore Leopoldo I si era rifugiato a Passavia, da cui
dirigeva l'attività diplomatica (sostenuto dalla diplomazia del papa
Innocenzo XI) indispensabile per tenere unito un esercito variegato in un
momento tanto drammatico; di conseguenza i capi militari della città non
esitarono a conferire a Sobieski il comando dell'esercito così composto:
30 000 polacchi;
18 500 austriaci e italiani (toscani, veneziani e
mantovani), al comando di Carlo
V duca di Lorena;
9 000 sassoni, al
comando di Giovanni Giorgio III di Sassonia.
In tutto quindi le forze europee contavano su 75/80 000
uomini, contro 140 000 ottomani che
avevano invaso l'Austria. La maggior parte di essi tuttavia non si trovava a
Vienna il giorno della battaglia.
Le forze cristiane, appena arrivate, conoscevano malissimo
il territorio, mentre i soldati all'interno della città erano mal ridotti a
causa dei due mesi d'assedio. Buona parte dell'esercito ottomano aveva comunque
una scarsissima preparazione militare, e alcuni contingenti ottomani (come i
tartari e i magiari) parteciparono solo in maniera indiretta alla battaglia e
all'assedio, limitandosi a saccheggiare i territori circostanti e a compiere
incursioni. Durante la battaglia l'esercito ottomano non si riunì, ma inviò un
corpo ad affrontare i polacco-imperiali, mentre altre truppe continuavano ad
assediare la città.
In pratica la battaglia fu uno scontro fra i polacchi e la
parte militarmente più capace dell'esercito del Gran Vizir, che
quindi si trovò a combattere in condizioni di rilevante inferiorità e di
stanchezza, visto che combatteva da giugno contro la guarnigione di Vienna ed
era stato indebolito da diverse epidemie, soprattutto di dissenteria.
La maggior parte dell'esercito Ottomano era partita per la guerra nell'autunno
dell'anno precedente, con marce che avevano avuto inizio in Crimea, Valacchia, Mesopotamia, Armenia, o dalla
stessa Istanbul.
l grosso dell'esercito ottomano investì Vienna ed i suoi
difensori il 14 luglio. Il conte Ernst Rüdiger von Starhemberg, capo
delle truppe superstiti (circa 20.000 uomini) rifiutò di arrendersi e si chiuse
dentro le mura della città. La corte imperiale e gli ambasciatori presenti,
presi dal panico, si diedero alla fuga. Drappelli di Tatari, talvolta di
soli 3 o 4 uomini, arrivarono a 80 chilometri ad ovest di Vienna, saccheggiando
e disturbando le comunicazioni, incendiando villaggi e fienili, radunandosi e
disperdendosi a seconda delle condizioni locali, e diffondendo il panico
secondo la più consolidata tradizione mongola.
I difensori avevano abbattuto le case che circondavano la
città, in modo da non lasciare alcun riparo per chiunque si avvicinasse alle
mura, anche se i lavori erano stati affrettati e mal eseguiti. Kara
Mustafa Pascià risolse il problema facendo scavare profonde trincee che
dal campo ottomano si diramavano fino alle mura, limitando così di molto il
numero di batterie viennesi in grado di colpire i soldati che si avvicinavano.
Dato che le mura della città erano molto solide ed i cannoni
ottomani piuttosto vetusti ed inefficaci, gli assedianti pensarono bene di
minare le mura (come fecero già a Candia contro
i Veneziani) anziché distruggerle a cannonate.
Le trincee furono così prolungate fin sotto le mura dove vennero poste le
cariche esplosive. L'artiglieria d'assedio ottomana era di qualità appena
sufficiente, scarsa e scadente quella campale da utilizzare in supporto, al
contrario gli ingegneri turchi avevano una grande abilità sia nella guerra di
mina e contromina, sia nello scavo delle trincee di approccio.
Un po' alla volta i lavori d'assedio ottomani distrussero le
difese poste posteriormente al palazzo imperiale e al bastione Bug; il
rivellino antistante fu completamente distrutto con più mine, ambedue i
bastioni presso il torrente Wien furono rovinati sullo spigolo e notevolmente
danneggiati in vari punti, mentre il muro tra i due bastioni era ormai
indebolito; quando l'esercito di soccorso raggiunse la città danubiana
rimanevano ormai pochi giorni di tempo previsti prima dello sfondamento. In
compenso la difesa asburgica fu molto aggressiva ed efficiente, almeno in
superficie, riuscendo a rallentare notevolmente i lavori d'approccio, al
contrario gli austriaci fecero molta fatica ad operare delle contromine.
Inoltre la calura estiva e la concentrazione di civili e militari nella città
causò, com'era sperato dai turchi, un'epidemia di dissenteria, che però si
diffuse anche tra gli assedianti.
Kara Mustafa non aveva però messo in conto che Leopoldo I
a Passavia aveva
ormai concluso l'accordo con i suoi alleati, tra cui spiccava Sobieski e
la sua potentissima cavalleria composta da Ussari alati di Polonia ,
che si preparava infatti a marciare verso Vienna. Va infatti ricordato che Kara
Mustafa era tranquillo, in quanto la maggior potenza continentale dell'epoca,
cioè la Francia di Luigi XIV, era nascostamente sua alleata, poiché sperava
in un ulteriore indebolimento dell'Austria, e ciò causava preoccupazione negli
Stati tedeschi alleati all'imperatore perché si pensava che potesse invadere
l'impero da ovest. L'intransigente posizione papale contribuì a disinnescare
questo rischio, spingendo al contrario Luigi XIV a inviare una squadra navale
contro Algeri per dimostrare la sua cattolicità.
L'assedio fu ovviamente durissimo, con malattie, fame e
morte all'ordine del giorno. Ormai il destino della città era segnato, e i
Turchi aspettavano solo di penetrarvi, anche se loro stessi non sapevano se
saccheggiare "la mela d'oro" (soprannome turco di Vienna) e passare
lì l'inverno, oppure conquistarla ed annettere così l'Austria orientale al loro
impero. Carlo di Lorena e i suoi uomini compivano
numerosi movimenti in appoggio alla capitale, e disturbando (assieme alle sortite
delle fortezze rimaste isolate alla frontiera) i rifornimenti ottomani. Le
truppe austriache, molto esigue numericamente, furono subito fronteggiate
dagli ungheresi di Imre Thököly, alleati dei
Turchi, ma in svariati scontri l'effetto sorpresa ebbe la meglio e gli
Ungheresi si dovettero ritirare.
Kara Mustafa a questo punto capì che la presa di Vienna non
era così a portata di mano come sembrava, e quindi diede ordine di procedere
alla distruzione delle mura e di prepararsi all'assalto finale, rinunciando a
inseguire il duca di Lorena, che nel frattempo si era
allontanato dalla città. La situazione pareva di nuovo volgere a favore degli
assedianti in quanto le mura poco a poco si assottigliavano erose dalle mine
turche. Prevedendo la prossima apertura di una breccia nelle mura, i viennesi
si prepararono al combattimento strada per strada. Un gravissimo errore di Kara
Mustafa, già notato dei giannizzeri e dai generali turchi, fu però quello di
non aver fortificato il campo con bastioni di terra e legno, ma il visir riteneva
che non si potesse togliere genieri, manodopera e legname alla costruzione di
trincee d'approccio.
La situazione era a questo punto più che caotica. Da un lato
turchi ancora superiori numericamente ma preoccupati dall'arrivo di Carlo
di Lorena e soprattutto resi perplessi dall'arrivo, ormai imminente,
del grosso dei rinforzi, di cui ignoravano ancora l'entità, di cui si era
sparsa la notizia. Dall'altro i viennesi che sentivano la morsa stringersi su
di loro, con poche informazioni che giungevano in città tramite spie che
riuscivano a passare lo schieramento turco, certi ormai dell'esito infausto che
li aspettava. Infine lo stesso duca
di Lorena, che aspettava Sobieski (cui nel frattempo si erano uniti la
maggior parte dei rinforzi inviati dai principi tedeschi) era indeciso sulla
strategia da adottare, sulla tempistica (era propenso ad un attacco immediato,
anche prima che i rinforzi fossero arrivati, ma fu trattenuto dall'Imperatore)
e in disaccordo con quasi tutti i suoi ufficiali superiori. Finalmente Sobieski
varcò il Danubio il
6 settembre su un ponte di barche costruito dagli imperiali a Tulln, 30 km da Vienna, e fu
subito posto a comando dell'ormai formidabile armata che si
era riunita. Sobieski dimostrò in quell'occasione una lungimiranza assai rara
per i re dell'epoca. Infatti l'aiuto che gli chiese Leopoldo I non portava
nulla al regno di Polonia che in quegli anni era impegnato in lotte altrettanto
crude con i vicini Regno di Svezia e Impero
Russo. Egli accettò poiché aveva capito che la caduta di Vienna avrebbe
spalancato ai turchi le porte della Germania,
ancora devastata dalla recente guerra dei trent'anni e dalla pestilenza
del 1679; e una volta in Germania, nessuno avrebbe potuto fermare
l'espansionismo ottomano. Inoltre gli Ottomani erano nemici anche dei polacchi,
e la presenza dei turchi nel cuore dell'Europa avrebbe interrotto le vie
commerciali che giungevano in Polonia. Soprattutto il re polacco voleva imporre
il suo prestigio all'interno ed all'esterno della sua nazione, e cercava di
rendere possibile l'elezione al trono di suo figlio (il trono polacco era
elettivo) e la stabilizzazione dell'esercito permanente.Non altrettanta
lungimiranza mostrò Kara Mustafa, che anzi non fece nulla per motivare il suo
esercito e fidelizzare le truppe non turche che ne componevano la gran parte.
Addirittura il Khan di Crimea, esitò quando ebbe l'occasione di
attaccare la cavalleria pesante di Sobieski quando questa si trovava sulle
colline a nord di Vienna, cioè in una situazione di estrema vulnerabilità. E
non fu l'unico caso di divisione interna nel fronte turco. Infatti Kara Mustafa
rappresentava una fazione di corte, ostile ai giannizzeri, ai dervisci, e a
tutti i movimenti dei musulmani tolleranti e eterodossi; gli eterodossi però
formavano una buona percentuale dei migliori elementi dell'esercito, e la quasi
totalità dei giannizzeri, e riuscivano ad avere le simpatie di molti cristiani
soprattutto dei nobili ungheresi protestanti e degli ortodossi rumeni (che
preferivano la tolleranza degli ottomani all'inflessibilità controriformistica
austriaca). Inoltre molti dei più importanti generali ottomani, come Ibrahim di
Buda, veterani di molte campagne e di grande ascendente sulle truppe, erano
stati contrari all'impresa sin dal principio, avrebbero preferito una campagna
limitata alla conquista di alcune fortezze di frontiera, oppure erano stati
contrari alla guerra sin dal principio. Il principato di Valacchia aveva sempre
dimostrato un atteggiamento ambivalente verso i nemici cristiani dei turchi, e
le truppe valacche si ritirarono in parte nei giorni precedenti alla battaglia,
sia ufficialmente (con scuse varie), sia individualmente e alla chetichella
disertando in maniera troppo sistematica perché non sia possibile indovinare
precisi ordini.
Un altro errore fu quello di non fortificare le colline a
nord di Vienna, lasciando così praticamente indifesi i passi ed i passaggi che
dal Nord conducono alla città, interamente costruita sulla riva Sud del
Danubio. Bastò agli alleati ricostruire un ponte di barche nei pressi di un
ponte che i turchi avevano distrutto.
Le forze della Lega
Santa si riunirono così l'11 settembre sul Monte Calvo
(Kahlenberg), pronte alla resa dei conti con gli ottomani. Nelle prime ore del
mattino del 12 una messa propiziatoria venne celebrata, e la tradizione tramanda
che Sobieski ne fu il chierichetto.
La battaglia[
La battaglia ebbe inizio all'alba, subito dopo la messa
celebrata da Marco d'Aviano. Furono i Turchi ad aprire le ostilità
nel tentativo di interrompere il dispiegamento di forze che la lega santa stava
ancora ultimando. Carlo di Lorena ed i tedeschi rintuzzarono l'attacco in
attesa che Sobieski ed i suoi fossero pronti.
Kara Mustafa ancora una volta rinunciò ad ingaggiar
battaglia sperando di riuscire a entrare in Vienna in extremis, lasciando così
altro tempo alle forze cristiane di ultimare il dispiegamento. Ma ormai le
sorti volgevano decisamente in favore degli occidentali, e addirittura gli
assediati, galvanizzati dall'arrivo dei rinforzi, attaccavano le file turche.
La battaglia era cominciata, furibonda come e più del previsto. I turchi
pagarono subito l'errore di non essersi preparati a difendersi dalle forze
provenienti dal nord, trovandosi di fatto con l'élite dell'esercito
(i Giannizzeri)
schierati dove non serviva, cioè presso le mura che erano ancora in piedi, e le
retroguardie difese solo da truppe poco preparate. A questo punto Kara Mustafa
capì che la battaglia era persa, e tentò con tutte le forze di vendere cara la
pelle, cioè prendere Vienna, complicando così di molto i piani della Lega Santa
e soprattutto infliggendole lo smacco di entrare in città proprio mentre la
battaglia volgeva a favore dei cristiani. Inoltre i generali turchi capivano
perfettamente che quel politicante non si rendeva conto di quello che faceva.
Molti di loro intervennero in maniera corretta per approfittare delle falle
nell'attacco cristiano, per altro mal condotto e mal organizzato perché nessuno
dei generali cristiani era abituato a muovere eserciti così grossi, formati da
una coalizione disomogenea per lingua e religione, e privi di un comando
centrale organizzato, tuttavia le controffensive turche fallivano una dopo
l'altra: se gli assalti si rivelavano infatti ben azzeccati e ben diretti,
d'altro canto la mancanza di riserve, il caos nelle retrovie e l'assenza di
ordini faceva sì che i turchi vittoriosi si ritrovassero circondati, e finivano
con l'essere eliminati un po' alla volta, in scontri molto violenti e molto
confusi.
Ma ancora l'esercito cristiano non aveva giocato la sua
carta più forte: la cavalleria polacca. Nel tardo pomeriggio dopo aver seguito
dalla collina l'andamento dello scontro 4 corpi di cavalleria (1 tedesca e 3
polacche) scesero all'attacco a passo di carica. L'attacco fu condotto da
Sobieski in persona e dai suoi 3000 Ussari. La carica
sbaragliò definitivamente l'esercito turco, mentre gli assediati uscirono dalle
mura a raggiungere i rinforzi che già inseguivano gli ottomani in rotta. Il
cronista turco Mehmed, der Silihdar così commentò l'arrivo dell'armata del
Sobieski
|
« Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro
divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu.
Arrivavano con un'ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva
del Danubio e con l'altra ala fino all'estremità delle divisioni tartare,
coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad
una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e
brucia tutto ciò che gli si para innanzi. »
|
|
(Mehmed, der Silihdar, così da Richard F.
Kreutel, Karamustapha vor Wien. Das türkische Tagebuch der Belagerung,
(Graz 1955))
|
La battaglia di Vienna vide anche l'esordio in combattimento
di un futuro, grande condottiero: Eugenio
di Savoia.
È storicamente provato che un notevole contributo alla
vittoria di Sobieski fu arrecato dal graduato polacco Franciszek Jerzy (=
Giorgio) Kulczycki, che svolse attività di spionaggio trafficando con i turchi
in sacchi di caffè, ma in realtà fornendo al comando polacco notizie sulla
dislocazione delle truppe turche e sui loro movimenti. Finito l'assedio Jan III
lo ricompensò con una scritta sul suo stemma di famiglia: Salus Vienna
Tua, nonché donandogli tutto il caffè abbandonato dalle truppe ottomane.
Esito[
I turchi persero circa 15 000 uomini, a fronte dei
2 000 dei cristiani, i quali recuperarono anche una gran parte del bottino accumulato dagli
ottomani nel corso delle loro scorrerie nei Balcani. Poiché
fu la cavalleria polacca la prima ad entrare nel campo turco si crearono non
pochi malumori con i tedeschi, visto che il bottino raccolto in quell'occasione
non fu diviso. Il saccheggio degli accampamenti periferici turchi (posti in
ogni direzione attorno alla capitale) stemperò gli animi. Comunque sia il Re di
Sassonia che il principe di Baviera lasciarono Vienna dopo pochi giorni, il
primo senza partecipare all'inseguimento degli ottomani in ritirata,disgustato
dal trattamento riservato ai prigionieri ungheresi protestanti, e
all'accoglienza fredda che il suo esercito (in stragrande maggioranza luterano)
aveva ottenuto dai cattolici[senza fonte].
Kara Mustafa pagò con la vita i suoi errori strategici e
soprattutto tattici: il 25 dicembre successivo, per ordine del Sultano Mehmed IV,
fu strangolato a Belgrado, che a sua volta si apprestava a capitolare. Subito
prima aveva fatto impiccare Ibrhaim di Buda, privando così i turchi dell'unico
generale che sarebbe riuscito a gestire la ritirata.
Le conseguenze.
La battaglia rappresentò il punto di svolta, a favore degli
europei, delle guerre austro-turche.
Infatti non solo segnò l'arresto della spinta espansionistica ottomana in
Europa, ma anche l'inizio della loro estromissione dai Balcani: poco dopo
infatti gli austriaci occuparono l'Ungheria e la Transilvania,
firmando quindi nel 1699 la pace coi turchi (Trattato di Karlowitz).
Luigi XIV ottenne due conseguenze
positive dall'invasione turca, sul breve periodo lui e i suoi alleati tedeschi
(in particolar modo il Brandemburgo-Prussia) riuscirono ad espandersi
territorialmente, in Alsazia, Lussemburgo,
ecc. In secondo luogo la politica austriaca dei successivi decenni guardò ai
Balcani e all'Ungheria come campo di battaglia privilegiato, anche perché la
sconfitta ottomana sotto Vienna aveva indebolito notevolmente un sistema
militare fino a quel momento apparentemente invincibile, quindi la tradizionale
politica di sostegno degli austriaci alla Spagna nelle fiandre e nella Germania
occidentale venne accantonata, permettendo alla Francia di spadroneggiare e
ponendo l'Olanda in un pericoloso isolamento. Queste vittorie ebbero come
conseguenza un ulteriore inasprimento dei rapporti tra la Francia ed alcuni
principi tedeschi, inasprimento che pochi anni dopo sfociò nella Guerra della Lega di Augusta, che
costrinse anche l'Austria a rivolgersi nuovamente ad occidente. obieski
naturalmente fu riconosciuto come l'eroe della battaglia, e una chiesa fu eretta sul Monte Calvo in
onore del re polacco.
Sul piano diplomatico le conseguenze dalla battaglia furono
tutt'altro che positive. Come spesso capita, la vittoria sul nemico comune fu
seguita da liti, ripicche, veti, rivalità personali, e la mancanza di un
obbiettivo strategico comune, visto che la conquista dell'Ungheria avrebbe
rafforzato la sola Austria, obiettivo che non poteva essere condiviso dai
principi tedeschi e dai polacchi. Dell'indebolimento degli Ottomani si
giovarono anche Russia, finora estranea, e Venezia (quest'ultima aveva aderito
alla Lega Santa)
Storiograficamente la visione che vede nel 1683 la fine
della forza militare ottomana ha conosciuto un ridimensionamento. Dopo tutto
nel 1683 erano i Turchi ad assediare Vienna, nessuna potenza cristiana riuscì
mai ad assediare (per non parlare poi di conquistare) Istanbul, mentre molte
delle piazzeforti che gli austriaci riuscirono a conquistare nei successivi
trent'anni furono riprese dai turchi, come ad esempio Belgrado.
Viceversa a partire da questa guerra i giannizzeri
iniziarono a diventare indisciplinati e riottosi, già da 60 anni non
condividevano la politica del governo, che per ridurre il loro peso li inviava
in guerre esterne dove sperava fossero massacrati. Questo tipo di comportamento
venne sempre più considerato come inaccettabile, e i giannizzeri si trovarono
coinvolti in decine di complotti (per lo più velleitari) contro il sultano.
Contemporaneamente gli enormi sforzi finanziari che l'impero ottomano fu
costretto a sostenere per difendersi dall'Austria iniziarono a danneggiare
sempre più gravemente l'economia (già compromessa) dei Balcani, l'alta
fiscalità era stata talvolta accettata nel primo seicento perché l'Impero
ottomano voleva dire pace e commercio; adesso la guerra arrivava fino ai
confini dell'Albania e della Bulgaria, e le tasse continuavano a salire, i
cristiani (in particolar modo gli armeni e i cattolici) venivano visti sempre
più con sospetto. Il brigantaggio, le rivolte (anche di sudditi musulmani, come
gli Albanesi), e l'evasione fiscale si fecero pressanti, mentre il governo
civile turco delle provincie danubiane si dimostrò o poco efficiente o molto
corrotto rispetto a quello austriaco, (che però rimaneva meno tollerante dal
punto di vista religioso) e tutto sommato anche del governo russo (un polo
d'attrazione irresistibile per le popolazioni slave e greco ortodosse). La
situazione politica balcanica, già in crisi dal primo seicento, continuò a
peggiorare, e sarebbe rimasta esplosiva ed instabile fino ai giorni nostri,
malgrado momentanee calme.
Da ricodare che Nel 2012 è stato
realizzato un film sulla Battaglia di Vienna: 11
settembre 1683 di Renzo
Martinelli.



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