LUCA di Armento (di Demenna), - Nacque intorno al 920 da Giovanni e da Tedibia, esponenti del
patriziato di Demenna, centro fortificato di Val Demone, regione nordorientale
della Sicilia.
La figura di LUCA .,
a partire dal testo della sua Vita, offre di sé una doppia chiave di
lettura. La prima, prettamente agiografica, si sostanzia nell'immagine di un
personaggio precocemente distintosi per la sua fede e per suoi diversi carismi,
con un percorso articolato nelle scansioni tipiche del modello agiografico
italo-greco.
Luca
fu accolto nel monastero di S. Filippo
d'Agira, grande centro del monachesimo siculo-bizantino, dove transitarono
numerose altre celebri figure monastiche del secolo X, altamente
rappresentative della cultura religiosa italo-greca. Luca passò poi in
Calabria, dove approfondì la sua preparazione religiosa presso la famosa
"grande grotta", nel territorio di Reggio, sotto l'egida di Elia lo
Speleota. I doni profetici d. non tardarono a manifestarsi: preannunciò ai suoi
confratelli la prossima incursione saracena e lasciò la grotta per il centro
fortificato di Noa (Noepoli), ai confini tra Calabria e Lucania; là restaurò la
chiesa di S. Pietro, dove si raccolse una comunità monastica. Tuttavia la sua
fama crescente gli procurò anche una quantità indesiderata di persone curiose
di vederlo, per cui decise di raggiungere un luogo più solitario, le rovine del
monastero di S. Giuliano presso il fiume Agri.
Ancora
secondo il racconto agiografico, la sua opera di restaurazione del monastero
sembra disturbasse i progetti di annessione del territorio di un nobile locale,
Landolfo, le cui varie iniziative intraprese per impedire il pacifico possesso
del luogo da parte di Luca furono miracolosamente respinte con l'aiuto di Dio.
A S. Giuliano, le doti taumaturgiche di Luca. facevano grandi prodigi: cacciava
i demoni, guariva i malati, sfamava miracolosamente la popolazione in tempo di
carestia.
![]() |
| Armento |
La
discesa dell'imperatore germanico Ottone I in Italia meridionale nel 968-969
provocò un nuovo spostamento di Luca con i suoi discepoli sempre più numerosi,
verso un luogo solitario facilmente fortificabile della Lucania, di nome
Armento, dove cominciarono la costruzione di una chiesa dedicata alla Vergine
e, ancora una volta, all'apostolo Pietro, il nucleo di un nuovo centro di vita
monastica.
Qui furono raggiunti da un'altra incursione saracena, tra le tante
che, partite dalla Sicilia, tormentarono nella seconda metà del secolo X il Sud
dell'Italia. Si verificò allora l'episodio di gran lunga più originale tra
quelli narrati nella Vita , che questa volta non fuggì. Contro i
predoni accampati presso il suo monastero, il Santo in preghiera ottenne una sorta di investitura
da parte di Dio a reagire con la forza del suo bastone, sull'esempio di Mosè.
Dunque, alla testa di alcuni dei suoi discepoli, scelti tra i più robusti, Luca
si dispose a cacciare i Saraceni dal territorio di Armento.
![]() |
| Ottone I |
Poi
fu raggiunto dalla sorella Caterina e
dai figli di questa. Tutta la famiglia di Caterina prese l'abito monastico e la
sorella di Luca fu posta alla testa di una nuova comunità femminile. Luca infine,
cui fu preannunciata la morte, chiuse la sua vita esemplare il 13 ott. 6493
secondo l'era del mondo, ossia l'anno 984 dell'Incarnazione (sebbene per un
errore nel passaggio da un computo all'altro la traduzione latina della sua Vita riporti l'anno 993
dell'Incarnazione). Lo assistette nei suoi ultimi momenti, e lo seppellì, Saba,
normalmente identificato, tra più personaggi omonimi, come Saba da Collesano.
![]() |
| Stemma Armento |
Emblematico
da questo punto di vista è l'abbandono per la Calabria della regione di Val
Demone, dove più a lungo la cultura siculo-bizantina aveva resistito, in una
Sicilia ormai quasi interamente musulmana. Dall'inizio della Vita di Luca. l'accento è
messo sulla sua formazione religiosa, nutrita di buoni precetti e santi
costumi, sull'esempio prima dei genitori, poi dell'abate di S. Filippo d'Agira,
ma priva di una vera e propria istruzione, sia perché la durezza dei tempi non
lo consentiva sia perché lo stesso L. vi aveva di buon grado rinunciato: un
aspetto interessante della sua biografia, sottolineato però solo da Lancia di
Brolo. Questa vocazione religiosa dissociata da una formazione culturale è
forse sintomatica di una volontà d'affermazione e di resistenza identitaria
italo-greca, cui non corrispondevano adeguati supporti culturali per gli
abitanti di Val Demone che tentavano di resistere alla disintegrazione del loro
quadro sociale.
Dunque
il giovane Luca intorno al 930-940, decise di lasciare il prestigioso monastero
di S. Filippo d'Agira per proseguire la sua preparazione religiosa in Calabria,
evidentemente attratto dall'esempio e dallo stile di vita di Elia lo Speleota.
Buona parte della restante vita di Luca. si organizza secondo uno schema
ripetitivo di restaurazione (la chiesa di S. Pietro, il monastero di S.
Giuliano) o di fondazione (Armento) di comunità religiose in migrazione man
mano sospinte verso Nord dal proseguire delle incursioni arabe. È infatti lo
stesso ritmo di quelle incursioni che consente qualche ulteriore ipotesi sulla
cronologia degli spostamenti. La migrazione dal territorio di Reggio verso la
roccaforte di Noa, dove il monaco sarebbe
rimasto sette anni - numero chiaramente simbolico - potrebbe essere una
conseguenza della fine di un periodo di relativa tranquillità per le
popolazioni italo-greche dopo l'estromissione dal potere dell'imperatore
bizantino Romano I Lecapeno. Costantino VII Porfirogenito avrebbe infatti
rinunciato alla politica di compromesso del predecessore con gli Arabi di
Sicilia, optando per una soluzione di forza, culminata però nella disastrosa
disfatta del suo inviato, il patrizio Malachino, a Gerace nel maggio 952.
Lo
spostamento di ad Armento è invece facilmente databile, poiché dovuto alla
discesa delle truppe ottoniane in Italia meridionale nel 968-969. L 'episodio curioso
della battaglia dei monaci ad Armento contro i Saraceni - naturalmente non
attestato in altre fonti e, se non meramente agiografico, da ridimensionare
comunque al livello di una scaramuccia - coincise verosimilmente con il periodo
più intenso delle incursioni arabe nella regione, dopo la disfatta del generale
bizantino Manuele Foca in Sicilia (caduta dell'ultima roccaforte bizantina,
Rometta, nel 964) e culminante con la spedizione dell'emiro Abū l-Qāsim del
976: dovrebbe essere un episodio degli anni 970-980, perché le infermità
attribuite a Luca. verso la fine della sua vita escluderebbero simili imprese,
come suggerito da Caruso (2003). Certi tratti della Vita permettono di dare a
questa alternanza di fuga e di resistenza verso l'aggressore musulmano, dalla
Sicilia alla Calabria centrale, alla Lucania, una vera dimensione sociale.
Colpisce l'ampiezza dell'emigrazione, intere famiglie come quella di Luca polarizzata
dai grandi centri religiosi del continente, emigrazione che lascia supporre una
parziale ricostituzione delle reti di solidarietà e delle strutture sociali da
parte degli emigrati nel loro nuovo ambiente continentale.
L'episodio
di Landolfo, probabilmente non Landolfo (IV) di Capua come voleva Da
Costa-Louillet, ma piuttosto un signorotto longobardo locale, e quello più
rilevante della discesa delle truppe ottoniane mettono in evidenza il
rafforzamento di un bastione grecofono continentale sostenuto dall'autorità
bizantina, a dispetto dei vari assalti - arabi e occidentali - e della locale
concorrenza longobarda. Tale rafforzamento passa per la ristrutturazione
dell'abitato, spostato verso le alture e le roccaforti, che ha plasmato le
caratteristiche ancora oggi salienti della geografia storica calabrese.
Anche
a livello personale, Luca mostra la profonda trasformazione della società
italo-bizantina, in cui il modello emergente è una certa figura carismatica di
religioso. La santità e il carisma non sono allora necessariamente associati al
sapere: Luca. è un santo illetterato, uno spirito concreto, un costruttore, che
fonda o restaura gli edifici monastici di propria mano. Ma, all'occasione, . sa
anche brandire la spada. Egli ha qualcosa del modello del santo-soldato, il
che, rispecchiando le esigenze di una società di frontiera, rimanda alla
diffusione del culto di S. Michele Arcangelo, da Agira al Gargano, e suggerisce
l'interazione con altri modelli di santità stratiotica caratteristici della
Grecia continentale (s. Demetrio) e delle province orientali dell'Impero
bizantino, altre zone di frontiera.
Se
la figura di Luca. stenta a distaccarsi dal convenzionalismo agiografico, la
sua Vita, attraverso l'idealizzazione del suo percorso, offre una
prospettiva generalizzante, non priva di valore, delle profonde mutazioni in
corso nella società grecofona di Sicilia e del Sud d'Italia nel secolo X, in un
periodo critico caratterizzato dalla atrofizzazione rapida della Sicilia di
cultura greca, in contrasto con la rivitalizzazione dell'Italia bizantina
continentale, per quanto in condizioni instabili.
L'episodio
più spettacolare della Vita, la semileggendaria vittoria dei monaci
guidati da Luca sui Saraceni, va intesa come un riassunto emblematico di questo
mutamento magnificato dalle élites grecofone e
bizantinofile, in quanto resistenza vittoriosa a minacciose forze esterne.
Fonti e Bibl.: Vita
s. Lucae abbatis Armenti, in Vitae
sanctorum Siculorum, a cura di O. Gaetani, Panormi 1657, II, pp. 96-99; Idem, in Acta
sanctorum Octobris, VI, Parisiis-Romae 1868, pp. 337-342; D.G. Lancia di Brolo, Storia della Chiesa in Sicilia, II, Palermo 1884,
pp. 414-417; G. Da Costa-Louillet, Saints
de Sicile et d'Italie méridionale aux VIIIe, IXe et Xe siècles, in Byzantion, XXIX-XXX (1959-60), pp. 142-146; S. Borsari, Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell'Italia
meridionale prenormanne, Napoli 1963, pp. 50 s.; A. Acconcia Longo, Santi greci della Calabria meridionale, in Calabria bizantina. Testimonianze d'arte e
strutture di territori. Atti dell'VIII e IX Incontro di studi, Reggio Calabria(
1985 e 1988, Soveria Mannelli 1991, pp. 211-230; Id., Santi monaci italogreci alle origini del
monastero di S. Elia di Carbone, in Boll.
della Badia greca di Grottaferrata, n.s., XLIX-L (1995-96), pp. 132-138; S.
Caruso, Sicilia e Calabria
nell'agiografia storica italo-greca, in Calabria
cristiana. Atti del Convegno di studi, Palmi-Cittanova( 1994, a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli
1999, pp. 572-581; Id., "Crucisque signo munitus".
L. da Dèmena e l'epopea antisaracena italo-greca, in Byzantion, LXXIII (2003), 2, pp. 319-338; D.
Motta, Percorsi dell'agiografia, Catania 2004, p. 324. G .L. Borghese




Nessun commento:
Posta un commento