Il 5 ottobre 1690 fu fondata L'Accademia dell'Arcadia,
idea nata improvvisamente dopo una
passeggiata come racconta Giovanni Battista Corniani, ne “ I
secoli della letteratura italiana dopo il suo risorgimento, Torino, 1855, Vol.
IV pag. 214”
.Questo l’aneddoto « Andando un giorno a diporto il colto e geniale
drappello ne' suburbii di Roma, e recitando alterne rime all'ombra delle piante
ed al mormorare de' rivoli, un de' compagni sorse enfaticamente a dire:
"Pare che noi facciamo rivivere l'antica Arcadia".
Baretti chiama irrisoriamente magiche tali espressioni, poiché destarono esse
il pensiero di fondare un'accademia col nome di Arcadia. Quattordici furono
gl'istitutori di questa società »
Fu fondata da Gian Vincenzo Gravina e da Giovanni Mario Crescimbeni coadiuvati
nell'impresa anche dal torinese Paolo Coardi, in occasione
dell'incontro nel convento annesso alla chiesa di San Pietro in Montorio di
quattordici letterati appartenenti al circolo letterario della regina Cristina di Svezia, tra i quali gli umbri Giuseppe Paolucci di Spello, Vincenzo Leonio da Spoleto e Paolo Antonio Viti di Orvieto,
i romani Silvio Stampiglia e Jacopo Vicinelli, i
genovesi Pompeo Figari e Paolo Antonio del Nero, i
toscani Melchiorre Maggio di
Firenze eAgostino Maria Taia di
Siena, Giambattista Felice Zappi di Imola e il
cardinale Carlo Tommaso Maillard di Tournon di
Nizza.'Accademia è considerata non solamente come una semplice scuola di pensiero, ma come un vero e proprio movimento letterario che si sviluppa e si diffonde in tutta Italia durante tutto il Settecento in risposta a quello che era considerato il cattivo gusto del Barocco. Essa si richiama nella terminologia e nella simbologia alla tradizione dei pastori-poeti della mitica regione dell'Arcadia, e il nome fu trovato da Taia durante una adunata ai Prati di Castello, a quei tempi un paesaggio pastorale. Oltre al nome dell'Accademia, emblematico da questo punto di vista, anche la sede fu chiamata seguendo questa tendenza "Bosco Parrasio", una villa sulla salita di via Garibaldi sulle pendici del Gianicolo. Pastori furono detti i membri, Gesù bambino (adorato per primo dai pastori) fu scelto come protettore; come insegna, venne scelta la siringa del dio Pan, cinta di rami di alloro e di pino e ogni partecipante doveva assumere, come pseudonimo, un nome di ispirazione pastorale greca.
Dell’Arcadia fece parte anche la poliedrica lucana Aurora
Sanseverino, che è stata poetessa, attrice teatrale e mecenate. Di
nobile famiglia infatti i Sanseverino ebbero origine dal cavaliere
normanno Turgisio, discendente dai duchi di Normandia, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota
(l'odierna Mercato San Severino), posta in una posizione
strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e
di Benevento. Avendo questi stabilito la sua
dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti,
ne assunse anche il nome.
Ecco
chi era Aurora Sanseverino. Nacque il il
28 aprile 1669, a Saponara (attuale
Grumento Nova in provincia di Potenza (Basilicata) (Pz) da Carlo Maria
Sanseverino principe di Bisignano e conte
di Saponara e da Maria Fardella, principessa di Pacecco.
Il suo nome è probabilmente ispirato ad un
dipinto del tempo realizzato dall’abate Giovanni Ferro, intitolato L’Aurora, in cui era
raffigurata una bellissima fanciulla che spargeva fiori sul mondo.
Fin da bambina ebbe una personalità sveglia e intelligente,
dedicandosi agli studi di svariate discipline come latino, filosofia, pittura e
musica ma la sua vera passione fu la poesia. Su pressione del padre, un primo
matrimonio, molto precoce, avvenne il 25 dicembre 1680, all'età di 11 anni, con il conte Girolamo
Acquaviva di Conversano,
ma durò solo qualche anno poiché rimase subito vedova e senza figli. Ritornò a
Saponara per un breve periodo e compì diversi viaggi con il padre, a Palermo e Napoli.
Un secondo matrimonio avvenne il 28 aprile 1686 con Nicola Gaetani dell’Aquila d’Aragona,
conte di Alife, duca di Laurenzana e principe di
Piedimonte, a cui diede due figli, Cecilia e Pasquale. L'evento fu celebrato
con una cerimonia fastosa a Saponara, in cui venne anche organizzato dal padre
un dramma pastorale intitolato Eliodoro. Dopo il matrimonio, si trasferì nella
dimora del marito a Napoli, città all'epoca caratterizzata da
un'intensa vita culturale. Nella sua casa napoletana ospitò vari poeti,
musicisti e pittori, dando così vita ad un noto salotto letterario.
Oltre alla letteratura, fu un'abile cacciatrice, partecipando a battute di
cinghiale sui monti del Matese.
Nel 1695 si iscrisse all'Accademia dell'Arcadia di Roma, dove ebbe come maestro il canonico Giovanni
Mario Crescimbeni ed assunse il nome di Lucinda Coritesia,
componendo diverse poesie.La Sanseverino frequentò anche
l'Accademia degli Spensierati di Rossano, presieduta da Giacinto Gimma, in cui conobbe artisti
come Baldassarre Pisani e Andrea Perrucci. Fu anche parte integrante
della Colonia Sebezia di Napoli e dell’Accademia degli Innominati di Bra. Per suo volere, venne fatto erigere a Piedimonte, vicino
al Palazzo Ducale della famiglia Gaetani, un piccolo teatro in cui
precedentemente vi era il seggio comunale. Nel teatro si tennero diversi
spettacoli.
Nel 1699 venne inscenata una
commedia, di autore ignoto, intitolata Marte e Imeneo, ove la Sanseverino partecipò
come attrice. Il prologo venne musicato dal compositore bolognese Giacomo Antonio Perti,
con il quale la poetessa ebbe un lungo contatto artistico ed una corrispondenza
epistolare, conservata presso il Museo Bibliografico Musicale di Bologna.
Nel 1707 venne rappresentato Il Radamisto,
melodramma di Niccolò Giuvo (librettista da lei protetto che visse presso la
sua corte) e Nicola Fago.
Vennero organizzate altre esibizioni teatrali come La Semèle di Giuvo, La cassandra indovina di Giuvo e Fago, Aci, Galatea e Polifemo di Georg Friedrich Händel.
Quest'ultima fu eseguita anche a Napoli nel palazzo del duca d'Alvito per il
matrimonio di sua nipote Beatrice Tocco Sanseverino con il duca Tolomeo Gallio
Trivulzio e fu replicata nel 1711 nel suo teatro di
Piedimonte per il matrimonio di suo figlio Pasquale. Al mecenatismo della Sanseverino si
devono anche altre opere di compositori quali Francesco Mancini, Domenico Sarro, Nicola Porpora, Giuseppe Vignola, Giovanni
Paolo de Domenico e Alessandro Scarlatti.
Oltre al teatro presso il palazzo ducale, la
poetessa fece realizzare il "Conservatorio delle orfane" di
Piedimonte (1711), che ospitò numerose fanciulle, fu
dotato con 500 pecore e l’amministrazione fu affidata alla confraternita di
Santa Maria Occorrevole; il "Convento delle Grazie", in cui i
religiosi tenevano lezioni pubbliche per i fanciulli della zona e la
"Chiesa dell’Immacolata Concezione dei Chierici Regolari Minori". Il
suo ultimo periodo di vita fu contrassegnato da alcuni tristi avvenimenti come
la morte dei figli Pasquale e Cecilia.
Si spense nel 1726, all'età di 57 anni. Fu sepolta nella
Chiesa dell’Immacolata Concezione, da lei fatta edificare. Gran parte della sua
produzione è andata perduta, con soli pochi sonetti e alcuni stralci di
commedie musicali a testimoniare la sua attività letteraria. Nel 1700, il teologo e poeta Carlo
Sernicola dedicò a lei e suo marito Nicola D'Aragona l'opera Ossequi poetici. Giacinto Gimma la definì «una delle
dame più letterate del secolo» e Niccolò Tommaseo dichiarò che i
componimenti della poetessa furono «de' più sentiti ch'abbia la raccolta».
Ecco un profilo
critico della poetessa ad opera dello scrittore e poeta Mario Santoro
La
poetessa lucana dell'Arcadia
Percorso culturale di Mario
Santoro
Aurora Sanseverino può
essere considerata, senza dubbio, la rappresentante lucana più importante, se
non la sola, dell'Arcadia, periodo che va dalla fine della Controriforma e più
propriamente dal 1690, data di fondazione dell'accademia, alla pace di
Acquisgrana, (1748) che pone fine alle guerre di successione ma segna anche
l'avvio al lavoro per l'Enciclopedia che sancirà l'affermazione del nascente
movimento dell'Illuminismo.
Aurora, che era nata
nel 1669 , fu ammessa giovanissima, a soli quindici anni alla nascente accademia
probabilmente più per la sua appartenenza ad una famiglia nobile che per le sue
qualità poetiche, ma condivise subito il progetto che si andava determinando in
funzione antibarocca e antimarinista nel tentativo di restaurare il buon gusto
con una poesia che rispondesse ai canoni della semplicità e della chiarezza.
D'altra parte, a un
certo razionalismo critico, che già serpeggiava nel mondo intellettuale
europeo, contro l'oscurantismo della Chiesa e l'assolutismo degli stati, si
opponeva - in Italia e in Spagna in modo particolare - ma anche in parte in
Francia, una tendenza a considerare l'arte come evasione, come momento idillico
e quasi una sorta di ornamento e di intrattenimento, in qualche modo in
raccordo con il Rococò, stile nuovo che, come sappiamo, coinvolge anche la
musica e la pittura ma che interessa prevalentemente l'architettura.
Partecipò attivamente
ai vari incontri e soprattutto fu testimone diretta delle due date più
significative dell'Arcadia: il 1690, ovvero la data ufficiale di nascita
dell'accademia che si diffuse poi in tutta l'Italia; 1696, ovvero la data di
approvazioni delle proprie leggi dettate dal Gravina nel latino delle Dodici
tavole.
Aurora Sanseverino
nacque a Grumento Nova il 28 aprile nel giorno in cui gli antichi romani davano
inizio ai Giochi Antii dedicati alla Fortuna e celebravano le feste floreali.
Di qui forse la scelta del nome anche se qualcuno la vede in connessione con un
famoso dipinto dell'abate Giovanni Ferro, rappresentante una fanciulla
bellissima che sparge fiori sul mondo e che ha nome Aurora.
In un modo o
nell'altro il nome, fu voluto e imposto dal padre, appassionato di studi,
conoscitore della musica e dotato di intelligenza fino alla genialità, oltre
che abile nella scherma e nell'equitazione, stando a quanto riferisce V.Marsico
in "Vite e tormenti di grandi piccole donne".
Appartenne a famiglia
ricca oltre che nobile, anche perché il padre, Carlo Maria Sanseverino, aveva
accresciuto il patrimonio sposando la benestante Maria Fardella che aveva portato
una dote cospicua.
Questo ci aiuta a
comprendere l'ambiente lussuoso e raffinato ma anche il fervore culturale che
spinse la Sanseverino ad accostarsi all'arte poetica e a produrre ella stessa
componimenti andati perduti.
Di lei ci rimangono
pochi sonetti pubblicati nelle "Raccolte di rime" di Acamfora e di
Agnello Albani.
Il suo primo
matrimonio, quando aveva solo tredici anni ma era già bella e ben formata, con
il conte di Conversano, Girolamo Acquaviva, durò solo qualche anno per la morte
del marito. Il secondo, dopo una breve sosta nella casa paterna, con il
principe di Laurenzana, Niccolò Gaetani di Aragona, le consentì di vivere a
Napoli dove la sua casa divenne vera e propria accademia ed ella fu tenuta in
grande considerazione, seconda soltanto a Cristina, ex regina di Svezia, a
Roma.
Il modo di fare poesia
di Aurora Sanseverino è tipico dell'Arcadia, del primo periodo nel quale domina
la figura di Eustachio Manfredi, accanito petrarchista e privilegia l'uso del
sonetto e della canzone. Il tema è quello pastorale, con paesaggi incantati ed
irreali, quasi dipinti e artefatti, contesti artificiosi nel favoloso modo di
presentarsi, ambienti idilliaci, pastorelle belle, visioni particolari,
graziosità finanche vezzose, presentate con un linguaggio semplice., vago,
languido, flebile, musicale anche troppo, logoro e, a tratti, svenevole.
Anche per Aurora i
temi sono prevalentemente amorosi, malinconici, ammantati di sospiri e di
stanco sentimentalismo e quindi sostanzialmente non veri, non sofferti, e neppure
veramente sentiti.
Ovviamente lo sfondo
non può essere se non quello costituito da una natura idilliaca, in una sorta
di paesaggio fiabesco ricco di elementi eppure vago e indefinito, attraente e
lontano, fruibile in apparenza ma nella realtà non godibile e sostanzialmente
artefatto.
Del resto non va
dimenticato che un elemento fondamentale dell'Arcadia è costituito dal
"Travestimento" che era d'obbligo presupponendo la trasposizione in
una regione che appariva mitica ed era celebrata dalla poesia pastorale. Se
tutti diventavano pastori ed assumevano nomi adeguati (Aurora era Lucinda
Coritesia) e dipendevano dal presidente cui spettava il titolo di Custode
generale, un complesso rituale, quasi un giuoco stucchevole, era alla base
delle riunioni e regolava l'organizzazione.
Lo stesso clima di
travestimento risulta presente nelle poesie di Aurora Sanseverino, le
pochissime pervenuteci, tutte incentrate sull'amore.
E ci pare utile
riportare il sonetto: "Sfoga pur contro me…"
Sfoga pur contro me, Cielo adirato
quanto più fai tuo crudo aspro furore
ch'indarno tenti di fierezza armato
spegner favilla al mio cocente ardore.
quanto più fai tuo crudo aspro furore
ch'indarno tenti di fierezza armato
spegner favilla al mio cocente ardore.
Puoi ben tormi, ch'io possa in su l'Amato
volto nutrir quest'affannato cuore
ma sveller non puoi già del manco lato
il dolce stral con cui ferimmi Amore.
volto nutrir quest'affannato cuore
ma sveller non puoi già del manco lato
il dolce stral con cui ferimmi Amore.
Siami pur forte rea ogn'or più infesta
viva pur l'alma in pianto ed in cordoglio
che il mio fermo desir ciò non s'arresta.
viva pur l'alma in pianto ed in cordoglio
che il mio fermo desir ciò non s'arresta.
Io son di vera fede immobil scoglio
cui di continuo il vento, e 'l mar tempesta
ma non si frange al lor feroce orgoglio.
cui di continuo il vento, e 'l mar tempesta
ma non si frange al lor feroce orgoglio.
Se la presenza
dell'amore è talmente radicata nella poetessa da farla sentire "scoglio di
fede immobil", contro il quale invano possono abbattersi venti e tempeste
e addirittura anche il "Cielo adirato" non può spegnere l'ardore che
è presente in lei e non può nemmeno tentare di svellere il "dolce stral
d'amore", è ugualmente evidente nei versi, nella modulazione, nel modo di
raccontare, che non c'è la tensione e la sofferenza vera e che si tratta
piuttosto di una sorta di finzione. Vento, tempesta, cordoglio, pianto, sono
tirati in causa quasi per rispondere a certe regole del gioco che pongono al
centro dell'attenzione il tema universale ed eterno dell'amore, nelle sue più
diverse sfumature e nel suo radicamento.
Il sentimento qui
appare narrato in maniera generica, se non astratta e lontana e la certezza
della donna risulta troppo scontata per rappresentare una sorta di pericolo o
soltanto essere messa in discussione.
Quanto al modulo, va
detto che esso é chiaramente petrarchesco, di facile imitazione e senza
caratteri veri di originalità e di personalizzazione.
Lo stesso discorso va
fatto per un altro sonetto dove il tema centrale appare la solitudine. Infatti
la poetessa immagina di andarsene, sola soletta, lontana dalla città e dalla
gente per cercare un nascondiglio tra i boschi dove, non veduta e non
ascoltata, possa dare sfogo al suo dolore e, a tratti, consolarsi ascoltando il
canto di Progne e Filomena.
Come selvaggia fiera i lumi ardenti
fugge del sol che rasserena il mondo
e della notte entro l'oblio profondo
solitaria sen va tra l'ombre algenti
fugge del sol che rasserena il mondo
e della notte entro l'oblio profondo
solitaria sen va tra l'ombre algenti
tal son io che lungi dalle genti
e dall'alma città fuggo, e m'ascondo
e tra le selve e i miei sospir diffondo
di poggio in poggio, all'aure, all'onde, ai venti.
e dall'alma città fuggo, e m'ascondo
e tra le selve e i miei sospir diffondo
di poggio in poggio, all'aure, all'onde, ai venti.
Talor d'un rio su la fiorita sede
poso le membra lasse, e al cantar fioco
odo risponder Progne e Filomena.
Così prendendo il cieco mondo a giuoco
cotal sento virtù che mi rimena
a più felice via, ch'altri non crede.
poso le membra lasse, e al cantar fioco
odo risponder Progne e Filomena.
Così prendendo il cieco mondo a giuoco
cotal sento virtù che mi rimena
a più felice via, ch'altri non crede.
Anche qui dolore,
sofferenza, bisogno di solitudine sono quasi un pretesto, un'invenzione, un
gioco di parole. Il paragone con la "fiera selvaggia" che fugge la
luce del sole appare non solo esagerato ma anche, in qualche modo,
improponibile. Sembra quasi che l'autrice cerchi un tranquillo e dolce luogo e
senta il bisogno-piacere di raccontare di sé "di poggio in poggio,
all'aure, all'onde, ai venti". Non è un caso che ella dichiari di fermarsi
talora non in un posto qualsiasi per dar sfogo alle ansie d'amore, ma presso un
"rio su la fiorita sede".
Quanto al richiamo al
mito di Progne e Filomena esso testimonia certamente il buon grado di
conoscenza, della cultura antica e di Petrarca. Questi lo riprende dalla
mitologia greca trasformando i nomi di Procne e Filomela in Progne e Filomena:
"E garrir Progne e pianger Filomena".
Secondo la leggenda,
Tereo, marito di Progne, aveva sedotto la sorella di lei, Filomela, e per
impedirle di parlare le aveva fatto tagliare la lingua. Tuttavia la vittima era
riuscita a comunicare la verità a Progne, servendosi di un ricamo sul quale aveva
narrato l'oltraggio subito. Allora le due donne organizzarono la vendetta.
Cucinarono le carni del figlio di Tereo, Iti, dopo averlo ucciso, e le fecero
mangiare al padre. Questi, saputa la verità, minacciò di ucciderle. Le donne
fuggirono inseguite dall'uomo. Gli dei ebbero pietà e, un attimo prima che
l'uomo le raggiungesse, le tramutarono in rondine o in usignolo.
Mentre Petrarca
propende per la prima soluzione, "Garrir Progne" la Sanseverino, che
adotta i nomi da lui utilizzati, è favorevole alla seconda.
Quanto alla solitudine
cui si fa riferimento nel sonetto, pare evidente che non sia, neppure
vagamente, paragonabile con quella di Isabella Morra, veramente profonda,
straziante, sentita e giustificata. Qui l'allontanamento resta sostanzialmente
un modo civettuolo di fare, un pretesto che consente all'autrice di esprimere
sentimenti stanchi, controllati, dominati.
Forse più vario e
ricco di immagini apprezzabili, risulta un altro sonetto, che appare anche
piuttosto originale e che ha come tema la morte prematura di una donna-amica.
Zeffiri molli, aure soavi e chete,
vaghi uccelletti, ombre gradite e sole,
gigli, ligustri e tremule viole,
deh, cessi il riso, e al comun duol piangete
vaghi uccelletti, ombre gradite e sole,
gigli, ligustri e tremule viole,
deh, cessi il riso, e al comun duol piangete
ninfe, coi ch'n quest'onde albergo avete,
lasciate i dolci balli e le carole
e accompagnando il suon di chi si duole
sol di mesti cipressi il suol spargete.
lasciate i dolci balli e le carole
e accompagnando il suon di chi si duole
sol di mesti cipressi il suol spargete.
L'aria, la terra, e 'l mare in duol sia volto
e calzi ogni mio cigno altro coturno
sol rida il ciel per sì gradito acquisto.
e calzi ogni mio cigno altro coturno
sol rida il ciel per sì gradito acquisto.
Così disse piangendo il mio Volturno
quando a lei giunse il suon tra l'onde misto
ch'alta donna regal morte ci ha tolto.
quando a lei giunse il suon tra l'onde misto
ch'alta donna regal morte ci ha tolto.
Qui il tema
dell'amicizia appare piuttosto immaginata come sentita e sincera e risulta
cantato con un certo distacco; infatti non si avverte l'intensità dei
sentimenti, la forza del dispiacere per la scomparsa della "donna
regal", il richiamo ai ricordi forti e buoni, la lacerazione dell'anima.
La rievocazione avviene con sobrietà di toni, quasi una forma doverosa, con
dolcezza pacata e lontana in un riferimento spaziale ad una situazione irreale
e magica.
Anche il riferimento
al fiume Volturno appare certamente dolce e gradevole ma non possono sussistere
gli elementi per tentare un paragone con il "Torbido Siri" della
Isabella.
Il mondo poetico di
Aurora Sanseverino, per quel poco che se ne può ricavare dalle poesie, non
presenta richiami alla situazione storico-politica ma vive del tutto avulsa
quasi in una sorta di distacco o di chiusura. Eppure il Seicento risulta un
secolo ricco di situazioni che non potevano passare inosservate. Prescindendo
dagli aspetti storici e politici di quegli anni, pure turbinosi, al cenacolo
culturale di casa Gaetani, presieduto sempre, e brillantemente da Aurora,
dovevano arrivare almeno gli echi dei fatti europei e della rivoluzione scientifica
per effetto dell'applicazione, nella scienza moderna, del metodo sperimentale
nello studio dei fenomeni naturali. Nomi come Galilei, Copernico, Newton non
potevano passare inosservati.
La mancanza di un
qualsiasi riferimento indiretto a tutto ciò, mi pare costituisca un limite per
la poesia di Aurora Sanseverino la quale fa propria la regola del ritorno alla
semplicità naturale e pastorale voluta dall'Arcadia. Regola impossibile, come
dichiara Giacalone, semplicemente perché i poeti arcadici "sono letterati
esperti e consumati, uomini di corte e di salotti, aristocratici pure essi, che
adoravano una natura intravista attraverso filigrane letterarie, poesia
classica, petrarchismo, esigenze e costumi aristocratici".
Ciò è tanto più vero
se si considera che si tratta sempre di falsi pastori che ammiravano la natura
e la campagna da lontano, quasi da una invetriata e non avevano mai contato, se
non superficialmente, con essa. E la sanseverino era ben lontana dalla vita
pastorale!
Questo, tuttavia, non
significa che ella fosse insincera ma sta solo ad indicare il modo distaccato
di cogliere gli aspetti esteriori della natura, sempre filtrati. Di conseguenza
anche i colori non sono vistosi o accesi, non mostrano toni caldi dell'età
barocca, ma risultano come sfumati, come pastellati fino alla neutralità,
morbidi e delicati e generalmente accompagnati da geometrie rigorosamente
lineari e da una gestualità sempre misurata.
Basta considerare il
sonetto dedicato ai fiori:
Poveri fiori! Destra crudel vi coglie
v'espone al foco, e in un cristal vi chiude.
Chi può veder le violette ignude
disfarsi in onda, e incenerir le foglie!
v'espone al foco, e in un cristal vi chiude.
Chi può veder le violette ignude
disfarsi in onda, e incenerir le foglie!
Al giglio, all'amaranto il crin si toglie
per compiacer voglie superbe e crude,
e giunto appena april in gioventude
in lacrime odorose altrui si scioglie.
per compiacer voglie superbe e crude,
e giunto appena april in gioventude
in lacrime odorose altrui si scioglie.
Al tormento gentil di fiamma lieve
lasciando va nel distillato argento
la rosa il foco, il gelsomin la neve.
lasciando va nel distillato argento
la rosa il foco, il gelsomin la neve.
Oh, di lusso crudel rio pensamento!
per far lascivo un crin vuoi far più breve
quella vita, che dura un sol momento.
per far lascivo un crin vuoi far più breve
quella vita, che dura un sol momento.
Anche l'amore non è
veramente forte, non raggiunge toni drammatici o tragici, non cede alla
disperazione, non è intriso di lacrime ma piuttosto coperto di sfumata
malinconia, superficiale ed apparente o calcolata nei suoi effetti e sempre
contenuta nel cerchio velato dei modi buoni e garbati.
Ovviamente il
sentimento risulta poco o per niente autentico: è piuttosto una veste
esteriore.
Se tutto questo è
vero, è altrettanto vero che la poesia di Aurora Sanseverino riesce a prendere
una certa distanza da altri poeti arcadici i cui versi appaiono carichi di
mollezza, di grazia artificiosa, di esagerazioni, di sdolcinature tanto da
subire la critica anche feroce come quella del Baretti che si sdegnava contro
l'inzuccheratissimo Zappi e contro i suoi "smascolinati sonetti,
pargoletti piccini, mollemente femminini, tutti pieni di amorini".
Anche in riferimento a
tali situazioni la poesia della Nostra, supera il limite della testimonianza,
soprattutto nelle poesia dedicate al marito, spesso lontano e forse trascurato
nei suoi confronti.
Vivi lontan, ch'io ti sarò vicino
se non con gli occhi, almen col core al fianco
se a languir mi condanna il mio destino…
…cenere amante io serberò giù fino
l'incendio tuo, che d'abbracciar mai stanco
e finché verran l'alme ambe ad unirsi
Lucinda tua, ti raccomando, o Tirsi.
se non con gli occhi, almen col core al fianco
se a languir mi condanna il mio destino…
…cenere amante io serberò giù fino
l'incendio tuo, che d'abbracciar mai stanco
e finché verran l'alme ambe ad unirsi
Lucinda tua, ti raccomando, o Tirsi.
E ancora altrove,
sempre per la lontananza del marito possiamo leggere:
Ben son lungi da te, vago mio Nume
qual per mancanza di vitale umore
arida pianta, qual senza vigore
palustre augel con basse e tarde piume.
qual per mancanza di vitale umore
arida pianta, qual senza vigore
palustre augel con basse e tarde piume.
Ben son lungi da te, qual senza lume
notte piena di tenebre, e d'orrore:
ben son lungi da te, qual secco fiore,
cui soverchio calor arde e consuma.
notte piena di tenebre, e d'orrore:
ben son lungi da te, qual secco fiore,
cui soverchio calor arde e consuma.
In te, mia vita, han posa i miei desiri:
or se da te tant'aria si diparte,
qual pace troveran gli aspri martiri?
or se da te tant'aria si diparte,
qual pace troveran gli aspri martiri?
Ahi, dunque, è ben ragion, che in mille carte
sfogli sue angosce in lagrime , e sospiri
quest'alma, che si strugge a parte a parte.
sfogli sue angosce in lagrime , e sospiri
quest'alma, che si strugge a parte a parte.
Resta il rammarico per
il fatto che la maggior parte della sua produzione poetica sia andata perduta.






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