Emanuele De
Francesco nacque a
Barile il 10 luglio 1921, si arruolò a 23 anni nel nel 1943
nel Corpo degli agenti di Pubblica sicurezza. Nel 1949
ricevette la medaglia
d'argento al valor militare per la lotta al banditismo in Campania.
Nominato vice questore di Palermo nel 1964, nel 1973
divenne questore
di Cosenza e nel 1974 di Catania. Nel 1977
è questore di Roma, dove è tra gli investigatori del sequestro Moro, fino a
quando nel 1979 è nominato capo della Criminalpol. Poche settimane dopo è nominato prefetto e inviato a Torino a coordinare la lotta
al terrorismo [1] Nel luglio 1981
fu nominato direttore del SISDE. Nel febbraio 1982 chiamò
a Roma come responsabile Sisde per la Sicilia l'ex capo della mobile di Palermo
Bruno Contrada.
Fu il primo
a ricoprire l'incarico di Alto commissario per il coordinamento della lotta contro la
delinquenza mafiosa. Fu nominato Alto commissario con decreto del Governo Spadolini II
del 6 settembre del 1982, contestualmente alla sua nomina come
Prefetto di Palermo, dove fu chiamato già il 7 settembre a ricoprire il posto
lasciato dal generale Carlo Alberto Dalla
Chiesa ucciso tre giorni prima. Appena arrivato continuò il lavoro
del compianto Della Chiesa, mantenendo anche l'incarico di direttore dell'intelligence civile fino al 1984,
quando lo sostituì il futuro capo della Polizia Vincenzo Parisi .
Il suo
lavoro su proficuo, mettendo in piedi una nuova struttura organizzativa per
combattere Cosa Nostra, infatti in prefettura costituì l'Ufficio misure di
prevenzione, primo in Italia, per accertamenti e confisca dei beni mafiosi.
Chiamò Contrada dal settembre 1982 come capo di gabinetto dell'Alto
commissariato. Fece scalpore una sua dichiarazione sulla importanza dei pentiti
nel contrasto alla mafia, molti lo criticarono ma alla fine ebbe ragione ed i risultati arrivarono : in quegli anni vi
furono le confessioni di Tommaso Buscetta,di
Contorno, il clamoroso "blitz di San Michele" (dove furono emanati
360 mandati di cattura), e l' arresto di Vito Ciancimino e dei potenti esattori Nino e Ignazio Salvo.
De Francesco sostenne che era un periodo dove mancavano i capi carismatici
della mafia, quindi maggiore erano i contrasti tra clan che si combattevano
frontalmente e senza mezze misure, quindi era il momento che si potevano
utilizzare affiliati allo sbando per contrastarli. In una sua intervista a Giuseppe
Cerasa della Repubblica sostenne “Sono arrivato in un momento gravissimo."Lo
scontro tra i gruppi di mafia e l' attacco alle istituzioni era giunto a
livelli impensabili. Eravamo nella fase del grande impatto, ma la risposta è
stata abbastanza efficace e continuerà ad esserlo anche adesso che il
terrorismo rialza la testa. No, non commetteremo l' errore del 1978, lo Stato
non abbasserà la guardia neanche di un millimetro. La lotta alla mafia sarà
condotta ad oltranza, coinvolgendo le energie migliori in quella che è una vera
e propria crociata. Del resto il prefetto Riccardo Boccia (si insedierà lunedì)
ha già maturato nel campo della lotta alla camorra una vastissima
esperienza"
De Francesco era profondamente convinto che la base dei successi contro al criminalità
organizzata era sempre l’ azione della
magistratura e delle forze di polizia, i riscontri, la rilettura attenta delle
carte della vecchia Commissione Antimafia.
De Francesco
fu sostituito al vertice dell'Alto commissariato, su sua stessa richiesta -e fu
pronto a non alimentare dietrologie, ribadendo più volte che era uan sua
decisione - il 22 marzo 1985
dal prefetto Riccardo
Boccia. De Francesco venne contemporaneamente nominato consigliere
della Corte dei Conti e commissario
di governo per la Regione Calabria.
Nel 1992
divenne cavaliere dell'Ordine del Santo
Sepolcro. De Francesco si è spento il 10 novembre 2011 a
Decolattura, in provincia di Catanzaro
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