«Le donne avranno pur diritto di salire alla tribuna,
se hanno quello di salire al patibolo»
Questa fu l’ultima frase pronunciata da Olympe de
Gouges, pseudonimo
di Marie Gouze (Montauban, 7 maggio 1748 – Parigi, 3 novembre 1793) prima di essere ghigliottinata, colpevole di aver attaccato
la deriva illiberale che aveva assunto la Rivoluzione Francese, proprio lei che
aveva aderito con entusiasmo e fu strenua difensora dei diritti delle donne,
della libertà per gli schiavi, di tutti coloro che avevano subito ingiustizie.
Una martire del libero pensiero di cui si cercò di gettare fango sin da quando
fu arrestata, e queta la motivazione della sua condanna a morte: “per
aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata
nelle cose della Repubblica” .
Autrice
raffinata di testi teatrali, oggi purtroppo dimenticata, combatte sempre contro
i pregiudizi e contro la censura della libertà di pensiero, tanto da pagarne le
estreme conseguenze sino alla condanna a morte, e solo perché aveva osato proporre
alla Francia di scegliere, con libere
elezioni, fra tre forme di governo: repubblicano, federale e monarchico. Nella
sua vita, Olympe de Gouges ha spesso subito pregiudizi (si diceva, per esempio,
che non sapesse scrivere e qualcun altro scrivesse per lei) e, nello stesso
tempo, una certa ostilità da parte delle donne e dopo la sua esecuzione sarà
ricordata soprattutto come una prostituta.
Bisognerà
attendere la fine della Seconda guerra mondiale perché Marie-Olympe
de Gouges esca dalla caricatura e dell'aneddoto. Studiata, discussa,
particolarmente negli Stati Uniti, in Giappone e in Germania, la
sua originalità, la sua indipendenza di spirito, i suoi scritti coraggiosi e la
sua generosità senza fine, la sua onestà intellettuale ne fanno una delle più
belle figure umaniste
della fine del settecento.In Francia, nei preparativi delle manifestazioni per il bicentenario della Rivoluzione, i testi di Olympe de Gouges sono stati letti, editi, assicurandole una prima e modesta forma di riconoscimento.
Dopo l'ottobre 1989, grazie a l’iniziativa della storica Catherine Marand-Fouquet, molte petizioni sono state indirizzate alla presidenza della Repubblica per chiedere che le ceneri di Olympe de Gouges fossero portate al Pantheon. Nel novembre 1993, la stessa Catherine Marand-Fouquet iniziò una manifestazione davanti al Panthéon per commemorare il bicentenario dell'esecuzione di Olympe.
Il 7 marzo 2007, a Digione durante la campagna presidenziale, Ségolène Royal ha promesso che - nel caso fosse stata eletta alla Presidenza della Repubblica - avrebbe trasferito le ceneri di Olympe de Gouges al Pantheon di Parigi.
Nata il 7 maggio 1748 a Montauban, Marie Gouze è
dichiarata figlia di Pierre Gouze e di Anne-Olympe Mouisset, sposata nel 1737, ma ella apprende
ben presto, dalla madre, di essere la figlia naturale del poeta Jean-Jacques
Le Franc de Pompignan, padrino di sua madre.
Nel 1765, sposa Louis-Yves Aubry e si trova subito madre di un
bambino e quasi subito vedova. Delusa dalla sua esperienza coniugale, rifiutò
in seguito sempre di risposarsi considerando il matrimonio come la tomba
della fiducia e dell'amore.
Si farà chiamare col nome di
« Marie-Olympe » o più semplicemente di « Olympe », ed aggiunse
la particella "de" al suo patronimo « Gouze » o piuttosto
« Gouges ». Verso il 1770 lascia Montauban col figlio Pierre - futuro generale
dell'esercito della Repubblica - per andare a Parigi a raggiungere la sorella
sposata con un medico a Parigi, dove sognava di dare al figlio un'educazione
adeguata.
A Parigi
lega con un alto funzionario della marina, direttore di una potente compagnia
di trasporti militari che lavorava con lo Stato. Egli le domanda di sposarlo,
lei rifiuta, ma il loro legame dura fino alla Rivoluzione. È dunque falso affermare che
Marie-Olympe de Gouges era una « cortigiana ». Coabita con vari
uomini che l'aiutano finanziariamente a mantenere un tenore di vita borghese.
Ha avuto certo passioni e amori, ma nulla in confronto al libertinaggio
praticato a Versailles o dall'alta borghesia parigina. Dal 1778 iniziò a cimentarsi nello scrivere delle commedie dato che il teatro era passione di tutta la sua vita. Indipendentemente dal suo teatro politico che è stato rappresentato ai tempi della Rivoluzione, la commedia che l'ha resa celebre ai suoi tempi è stata l’Esclavage des Noirs pubblicata nel 1792 e inserita nel repertorio della Comédie-Française col titolo di Zamore e Mirza, o il felice naufragio. Questa commedia e un'altra intitolata le Marché des Noirs (1790), come anche le sue Riflessioni sugli uomini negri (1788) le hanno permesso di farsi ammettere alla Società degli amici dei Neri - la lobby degli abolizionisti - creata nel 1788 da Brissot.
La Rivoluzione
Nel 1788, si fa notare pubblicando due opuscoli politici che sono stati notati e dibattuti in quel periodo, in particolare sul "Journal général de France" ma anche in altri giornali. Olympe sviluppa allora un progetto d'impostazione patriottica nella sua celebre Lettera al Popolo proponendo un vasto programma di riforme sociali e societarie nelle sue Osservazioni patriottiche. Questi scritti sono seguiti da altri nuovi opuscoli indirizzati ai rappresentanti delle tre principali legislature della Rivoluzione, ai club patriottici e a diverse personalità tra cui Mirabeau, La Fayette e Necker da lei ammirato particolarmente. Le sue posizioni sono sempre molto vicine a quelle degli ospiti del salotto di Auteuil di Madame Helvétius, moglie del filosofo Adrien Helvétius.In questo luogo di incontri culturali, dove si difendeva il principio di una monarchia costituzionale, venivano discussi anche molti altri argomenti concernenti l'emancipazione della società francese e in particolare del ruolo in essa della donna. In relazione con il marchese de Condorcet e con sua moglie Sophie de Grouchy, la Gouges si unisce alle posizioni dei Girondini nel 1792. Frequenta anche François-Joseph Talma, Charles marchese de Villette, Louis Sebastien Mercier e Michel de Cubières, segretario generale della Comune dopo il 10 agosto. Grazie a loro, Olympe diviene repubblicana come del resto molti dei membri della società d’Auteuil e tutti si opposero alla condanna a morte di Luigi XVI.
Il 16 dicembre 1792 Olympe de Gouges si offre di assistere Malesherbes nella difesa del re davanti alla Convenzione, ma la sua richiesta è rigettata con dispetto. Ella sostiene che le donne sono capaci di assumere delle responsabilità tradizionalmente riservate agli uomini e, praticamente in tutti i suoi scritti, chiede che le donne vengano ammesse ai dibattiti politici e sociali. Scrive: «La donna ha il diritto di salire sul patibolo; ella dovrà anche avere il diritto di salire sulla tribuna.» Per prima cosa, ottiene che le donne siano ammesse a una cerimonia a carattere nazionale, « la festa della legge » del 3 giugno 1792 poi alla commemorazione della presa della Bastiglia il 14 luglio 1792.
Olympe de Gouges fa della difesa dei diritti delle donne un compito che assolve con ardore. Rivolgendosi a Maria Antonietta redige la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, ricalcata dalla Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, nella quale afferma l'uguaglianza dei diritti civili e politici tra i due sessi, insistendo perché si restituiscano alla donna quei diritti naturali che la forza del pregiudizio le ha sottratto. In quell'epoca il suffragio era basato sul censo (a un operaio il voto costava tre giornate di lavoro) e la maggioranza del popolo francese, non poteva permettersi di andare al voto. Olympe chiede la possibilità di sciogliere un matrimonio e l'instaurazione del divorzio (ammesso all'indomani della Rivoluzione). Avanza l'idea di un contratto firmato tra concubini e milita per la libera ricerca della paternità e il riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio.
È anche tra le prime persone promotrici di un sistema di welfare, formulando - a grandi linee - un sistema di protezione materna e infantile e raccomanda la creazione di seminari nazionali per combattere la disoccupazione. Analogamente propone la creazione di alloggi per i non abbienti e quella di ricoveri dignitosi per i mendicanti.
Nel 1793 ella assume l'accusa contro i responsabili delle atrocità del 2 e 3 settembre 1792, indicando tra questi in particolare Marat. Sospettando poi che Robespierre aspiri alla dittatura, lo interpella con numerosi scritti che le valgono una denuncia al club dei Giacobini. Dopo la messa in accusa del partito dei girondini alla convenzione, il 2 giugno 1793, indirizza una lettera piena di energia e di coraggio indignandosi di una misura presa contro i principi democratici (9 giugno 1793). La lettera è censurata già nel corso della lettura di essa in una pubblica assemblea. Opponendosi a una legge del marzo 1793 sulla repressione degli scritti denuncia il fatto che essa confligge con i principi repubblicani. Redige poi un manifesto di ispirazione federalista, dal titolo "Le Tre urne o il Saluto della patria, da parte di un viaggiatore aereo". Viene arrestata e deferita al tribunale rivoluzionario il 6 agosto 1793 dove viene messa sotto accusa per le posizioni assunte.
Benché ammalata è rinchiusa nella prigione dell'abbazia di Saint-Germain-des-Près, richiedendo invano cure adeguate. Inviata nella petite Force divide la cella con Madame de Kolly, una donna incinta già condannata a morte. Nell'ottobre seguente, ottiene il trasferimento nella pensione di Madame Mahay, una sorta di prigione per ricchi dove il regime carcerario era più blando e tollerante e dove, si dice, avrebbe avuto una relazione con un altro prigioniero. Questi la convince a tentare l'evasione, ma ella preferisce seguire le vie legali contrastando le pesanti accuse contro di lei, reclamando pubblicamente il processo con due manifesti molto coraggiosi che riuscì a far uscire clandestinamente di prigione.
Tradotta in tribunale il mattino del 2 novembre, appena 48 ore dopo l'esecuzione dei suoi amici girondini, viene condannata a morte. Contrariamente a quello che il biografo postumo Jules Michelet scrisse nel secolo successivo, le testimonianze dell'epoca affermano che ella salì sul patibolo senza alcun timore, con grande coraggio e dignità. La sua ultima lettera è per suo figlio, l’aiutante generale Aubry de Gouges, che la disconobbe per paura di essere inquisito. Nella sua Dichiarazione dei Diritti della Donna, aveva ribadito: "Come la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altresì il diritto di salire alle più alte cariche". Ma il procuratore della Comune di Parigi, Pierre-Gaspard Chaumette, nel suo discorso ai repubblicani, aveva irriso alle sue dichiarazioni e manifestato compiacimento per la condanna a morte, meritata secondo lui, se non altro perché aveva "dimenticato le virtù che convenivano al suo sesso".
Olympe de Gouges venne sepolta presso il Cimitero della Madeleine.
Teatro
- l’Esclavage des Noirs ou l’heureux naufrage (1786)
- L’Homme généreux (1786)
- Les Démocrates et les aristocrates, ou les curieux du champ de Mars (1790)
- La Nécessité du divorce (1790)
- Le Couvent, ou les vœux forcés (1790)
- Mirabeau aux Champs Élysées (1791)
- La France sauvée, ou le tyran détrôné (1792)
- L’Entrée de Dumouriez à Bruxelles, ou les vivandiers (1793)
- Déclaration des droits de la femme et de la citoyenne (1791
DICHIARAZIONE DEI
DIRITTI DELLA DONNA E DELLA CITTADINA
Uomo, sei capace d’essere giusto ? E’
una donna che ti pone la domanda ; tu non la priverai almeno di questo
diritto. Dimmi? Chi ti ha concesso la suprema autorità di opprimere il mio
sesso? La tua forza? Il tuo ingegno? Osserva il creatore nella sua
saggezza ; scorri la natura in tutta la sua grandezza, di cui tu sembri
volerti raffrontare, e dammi, se hai il coraggio, l’esempio di questo tirannico
potere. Risali agli animali, consulta gli elementi, studia i vegetali, getta
infine uno sguardo su tutte le modificazioni della materia organizzata; e rendi
a te l’evidenza quando te ne offro i mezzi; cerca, indaga e distingui, se puoi,
i sessi nell’amministrazione della natura. Dappertutto tu li troverai confusi,
dappertutto essi cooperano in un insieme armonioso a questo capolavoro
immortale.
Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacità, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.
Solo l’uomo s’è affastellato un principio di questa eccezione. Bizzarro, cieco, gonfio di scienza e degenerato, in questo secolo illuminato e di sagacità, nell’ignoranza più stupida, vuole comandare da despota su un sesso che ha ricevuto tutte le facoltà intellettuali; pretende di godere della rivoluzione, e reclama i suoi diritti all’uguaglianza, per non dire niente di più.
Preambolo
Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti
della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale.
Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna
sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno
deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali,
inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente
presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro
diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del
potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di
ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei
cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano
sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità
di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio,
nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli
auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della
Cittadina.
Articolo I
La Donna nasce libera ed ha gli stessi diritti
dell’uomo. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità
comune.
Articolo II
Lo scopo di ogni associazione politica è
la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e
dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e
soprattutto la resistenza all’oppressione.
Articolo III
Il principio di ogni sovranità risiede
essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun
corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente
derivata.
Articolo IV
La libertà e la giustizia consistono nel
restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti
naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le
oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della
ragione.
Articolo V
Le leggi della natura e della ragione
impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da
queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere
obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.
Articolo VI
La legge deve essere l’espressione della
volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere
personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; esse
deve essere la stessa per tutti: Tutte le cittadine e tutti i cittadini,
essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili ad ogni
dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre
distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti.
Articolo VII
Nessuna donna è esclusa; essa è accusata,
arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono
come gli uomini a questa legge rigorosa.
Articolo VIII
La Legge non deve stabilire che pene
restrittive ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non
grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente
applicata alle donne.
Articolo IX
Tutto il rigore è esercitato dalla legge
per ogni donna dichiarata colpevole.
Articolo X
Nessuno deve essere perseguitato per le
sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul
patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a
condizione che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito
dalla legge.
Articolo XI
La libera comunicazione dei pensieri e
delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poiché questa
libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può
dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza
che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo
rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.
Articolo XII
La garanzia dei diritti della donna e
della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve
essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di
quelle alle quali è affidata.
Articolo XIII
Per il mantenimento della forza pubblica,
e per le spese dell’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono
uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve
dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle
cariche delle dignità e dell’industria.
Articolo
XIV
Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di
costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, la necessità
dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di
essere ammesse ad un’uguale divisione, non solo dei beni di fortuna, ma anche
nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile,
la riscossione e la durata dell’imposta.
Articolo XV
La massa delle donne, coalizzata nel pagamento
delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, ad ogni
pubblico ufficiale, della sua amministrazione.
Articolo XVI
Ogni società nella quale la garanzia dei
diritti non sia assicurata, né la separazione dei poteri sia determinata, non
ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli
individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.
Le proprietà appartengono ai due sessi
riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro;
nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando
la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, a
condizione di una giusta e preliminare indennità.












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