Questo foglio mi dice che sul campo
diecimila Francesi sono uccisi,
e fra essi son centoventisei
i principi ed i nobili d’insegna;(
ai quali vanno aggiunti cavalieri,
scudieri ed altri prodi gentiluomini,
in totale ottomilaquattrocento,
cinquecento dei quali solo ieri
erano stato fatti cavalieri:
sicché dei diecimila che han perduti,
i mercenari son milleseicento,
il resto sono principi, baroni,
cavalieri, scudieri e nobiluomini.
Ecco i nomi di alcuni dei lor nobili
caduti in campo: Carlo Delabret,
Supremo Connestabile di Francia;
Giacomo Chatillon, grande ammiraglio;
Ramboures, il comandante degli arcieri;
il valoroso Guicciardo Dauphin,
gran maestro di Francia;
ed ancora Giovanni d’Alençon;
Antonio di Brabante,
il fratello del duca di Borgogna,
il duca Edoardo di Bar; e fra i conti,
Granpré, Roussi, Foy e Faulconbridge,
Beaumont, Varle, Lestrale, Vaudemont:
che regale brigata della morte!
Dov’è l’elenco dei caduti inglesi?
Enrico V atto V di William Shakespeare
Questo brano del grande Shakespeare riassume la sintesi
della battaglia di Azincourt, una delle più brillanti
pagine della storia inglese e delle più nere di quella francese. Inoltre è una
di quelle battaglie che segnano il declino inesorabile della cavalleria pesante
medioevale. Ancora oggi meraviglia questa strabiliante vittoria inglese, con
pochi uomini : 6.000 uomini di cui 5.000
arcieri
e circa. 1.000 uomini d'arme e cavalieri appiedati, solo 150 - 500 le perdine, contro la formidabile armata francese comandata da Carlo I d'Albret – morto nella battaglia – e Jean II Le Meingre formata da circa 36.000 uomini: di cui 20.000 fanti, 12.000 cavalieri, 4.000 arcieri e balestrieri; le perdite tra 7.000 - 10.000 morti e 1.500 - 3.000 prigionieri . La vittoria inglese fu dovuta anche – ma non solo – alla abilità degli arcieri armati dal cosiddetto arco lungo gallese LongBow,:ila cavalleria francese cerco di fare lòo sfondamento ma l terreno pesante faceva affondare gli zoccoli dei cavalli e la velocità della carica era decisamente troppo lenta Fu così che gli arcieri inglesi ebbero il tempo per lanciare una fittissima serie di frecce che decimò e fece ripiegare i reparti di cavalleria. Il ripiego della cavalleria creò lo scompiglio tra le prime due divisioni francesi che stavano già avanzando contro gli arcieri inglesi. E sono nate alcune leggende sul famoso gesto dell’indice e del medio a V, come vittoria. Una dà l’origine ai soldati inglesi che si rivolgevano agli sconfitti indicando il V romano come il loro re e condottIero EnriCo V, l’altra su una verosimile tattica psicologica attuata dai comandanti inglesi che dicevano agli arcieri, se sarete sconfitti i francesi vi taglieranno indice e medio per non farvi più usare l’arco: indice e medio erano le dita utilizzate per prendere e schioccare le frecce, contrariamente a quando si vede nei film contemporanei. Quindi dopo la schiacciante sconfitta, gli arcieri in segno di vittoria e dello scapato pericolo prenero in giro i francesi mostrando indice e medio alzati e scapati al pericolo della mutilazione. Ma sono leggende…. Torniamo alla battaglia.
e circa. 1.000 uomini d'arme e cavalieri appiedati, solo 150 - 500 le perdine, contro la formidabile armata francese comandata da Carlo I d'Albret – morto nella battaglia – e Jean II Le Meingre formata da circa 36.000 uomini: di cui 20.000 fanti, 12.000 cavalieri, 4.000 arcieri e balestrieri; le perdite tra 7.000 - 10.000 morti e 1.500 - 3.000 prigionieri . La vittoria inglese fu dovuta anche – ma non solo – alla abilità degli arcieri armati dal cosiddetto arco lungo gallese LongBow,:ila cavalleria francese cerco di fare lòo sfondamento ma l terreno pesante faceva affondare gli zoccoli dei cavalli e la velocità della carica era decisamente troppo lenta Fu così che gli arcieri inglesi ebbero il tempo per lanciare una fittissima serie di frecce che decimò e fece ripiegare i reparti di cavalleria. Il ripiego della cavalleria creò lo scompiglio tra le prime due divisioni francesi che stavano già avanzando contro gli arcieri inglesi. E sono nate alcune leggende sul famoso gesto dell’indice e del medio a V, come vittoria. Una dà l’origine ai soldati inglesi che si rivolgevano agli sconfitti indicando il V romano come il loro re e condottIero EnriCo V, l’altra su una verosimile tattica psicologica attuata dai comandanti inglesi che dicevano agli arcieri, se sarete sconfitti i francesi vi taglieranno indice e medio per non farvi più usare l’arco: indice e medio erano le dita utilizzate per prendere e schioccare le frecce, contrariamente a quando si vede nei film contemporanei. Quindi dopo la schiacciante sconfitta, gli arcieri in segno di vittoria e dello scapato pericolo prenero in giro i francesi mostrando indice e medio alzati e scapati al pericolo della mutilazione. Ma sono leggende…. Torniamo alla battaglia.
Antefatto
Enrico V d'Inghilterra, divenuto sovrano del
Regno d'Inghilterra,
il 20 marzo del 1413,
a quasi ventisei anni, considerato giusto, pio, cavalleresco, rappresentava
l'archetipo ideale di re medievale, ed era ansioso di farsi onore sul campo di
battaglia, onde rinnovare le vittorie del secolo precedente e, con l'aiuto di
Dio, rimettere in uso le crociate, ma soprattutto era austero ed audace e ben
presto rivendicò le pretese vantate da suo bisnonno,Edoardo III, sulla corona di Francia.
Al tempo della sua ascesa al trono (1413), Enrico trovava
un'Inghilterra profondamente
provata da faide e
lotte intestine che con il passare del tempo avevano di fatto messo in
ginocchio il paese e la popolazione, ormai stanca. Il sovrano pensò bene di
trovare una soluzione che non solo avrebbe giovato al morale della popolazione,
ma unito il suo regno e rafforzato la popolarità della dinastia di Lancaster su tutto il territorio: una
vittoriosa campagna contro la Francia.
Dapprima, nello stesso anno (1413), Enrico ottenne
l'alleanza del duca di Borgogna, Giovanni Senza Paura[4],
per combattere gli Armagnacchi, mentre Giovanni sarebbe rimasto neutrale,
nel caso che Enrico avesse attaccato il re e il delfino di Francia.
Forte dell'alleanza con Giovanni, nell'agosto del 1414, Enrico avanzò
delle richieste talmente oltraggiose che il governo francese non poté
accettare; in breve Enrico chiedeva: la corona di Francia, i feudi angioini deiplantageneti,
incluso il ducato di Normandia e parte della Provenza, ed
inoltre la parte del riscatto di re Giovanni II(catturato a Poitiers), non ancora pagato, ed
infine la mano di Caterina figlia del re di Francia, Carlo
VI, più una cospicua dote di 2 milioni di corone francesi.
Per la Francia non poteva esserci un momento storico peggiore
per ricevere un simile oltraggio: il governo di Carlo "il Pazzo"
aveva di fatto portato il paese in uno stato di totale anarchia dove Armagnacchi e Borgognoni si
contendevano il potere. Comunque, verso la fine del 1414, fu inviata una
grossa ambasceria (circa 600 membri), che incontrò Enrico V a Winchester e gli offrì la mano di
Caterina, più una grossa dote e una parte dell'Aquitania.
Enrico reagì male e si arrivò alle parole di maleducazione; Enrico allora
intimò agli ambasciatori di andarsene.
I negoziati tra i due paesi rivali si interruppero e Enrico
continuò a
preparare l'invasione della Francia.
La spedizione fu preparata con cura, era stata predisposta
una grande quantità di materiale bellico (macchine d'assedio, pezzi
d'artiglieria e pontoni e anche armature e armi, immagazzinate dentro a delle
botti) raccolto dai provveditori reali, nei magazzini di Londra. Enrico
però, per dichiarare guerra aveva bisogno di un grande esercito e di una grande
flotta, mentre nel momento in cui lui salì al trono aveva a disposizione una
piccolissima flotta di sole sei navi; dopo due anni riuscì comunque a farle
diventare il doppio con la costruzione di navi presso i cantieri di
Southampton, ma non erano ancora abbastanza per occupare i porti francesi:
dovette acquistare diverse imbarcazioni dall'Olanda, e così riuscì con gli
sforzi di tutte le città del Regno a mettere assieme una buona flotta. Risolto
il problema della flotta bisognava allestire l'esercito terrestre: convocò i
nobili del regno che dovevano rispondere alla chiamata d'armi e reclutare i
piccoli contingenti dei loro castelli, inoltre emanò una coscrizione temporanea
in modo da reclutare milizie e volontari a sue spese per un periodo temporaneo.
L'esercito però era ancora insufficiente, e così il Re Enrico chiese aiuto alle
città del regno che potevano offrire un po' di soldi, in cambio Enrico avrebbe
dato la Corona del defunto re Riccardo II e Londra mise assieme 10.000
sterline, ma la corona di Riccardo II andò invece al comune di Norfolk, che
diede alle casse dello stato 1000 sterline. Inoltre alla chiamata dovevano
rispondere anche frati, preti, abati e vescovi insieme a tutti i componenti del
clero e fu imposta una tassa al popolo (compresi i mercanti stranieri che erano
anche loro obbligati a pagare questa tassa) per l'allestimento dell'esercito
per la Campagna contro l'odiata Francia. Alla fine il Re Enrico mise assieme un
esercito di 12.000 uomini e 20.000 cavalieri (nella battaglia di Azincourt ne
arrivarono solo 6000 di quelli partiti dall'Inghilterra). E così Il 13 agosto 1415, la flotta inglese
arrivò a Cap de la Hève, alla foce della Senna, nei pressi di Le Havre, il 14 l 'esercito inglese era
sbarcato e alcuni giorni dopo mise l'assedio a Harfleur, porto
che avrebbe, una volta conquistato, fatto da tramite per il suo esercito.
Contro ogni aspettativa la popolazione di Harfleur si
era preparata al lungo assedio che avrebbe dettato l'esercito inglese,
rinforzate le mura e allagata la pianura circostante, costrinse l'esercito
della corona ad un duro assedio. Col passare del tempo, tanto tra gli assediati
quanto tra gli assedianti, iniziava a scarseggiare il cibo e l'aria poco
salubre delle paludi,
il duro lavoro imposto ai soldati per creare efficaci avamposti d'attacco
(trincee) e viceversa difendersi (la popolazione era spesso chiamata a
ricostruire le mura della città rovinate dai colpi d'artiglieria), le umide
notti, iniziarono a far pagare pegno, epidemie di febbri e dissenteria devastarono
l'esercito inglese e la popolazione stessa.
Il 22 settembre 1415 la città
cadde e, dopo alcuni giorni, re Enrico decise, contro il parere di
tutti, di proseguire la sua marcia verso Calais, dove
avrebbe voluto svernare. Lasciato un piccolo contingente di 1200 uomini a
difendere Harfleur,
il re iniziò la propria marcia con un seguito di circa 6000 uomini, di cui 5000
arcieri e solo 1000 uomini d'arme (per Alfred Coville erano 13.000 soldati).
Nel frattempo, conti, duchi, signorotti e nobili di tutta la Francia, avevano
risposto alla chiamata alle armi fatta dal Delfino di Francia e dal re; ma l'esercito,
anche se numericamente ben fornito (valutato dallo storico Alfred Coville sulle
50.000 unità),
si era riunito presso la città di Rouen, solo ad
ottobre, e le forze giunte sotto la guida dei duchi di Berry,
d'Alençon,
di Borbone e
d'Angiò, si riunirono sotto il comando del connestabile di Francia, Carlo
I d'Albret.
La battaglia
Durante la marcia dell'invasore verso Calais, l'esercito
francese cercò più volte, senza apprezzabili risultati, di tendere imboscate
che indebolissero fino alla distruzione l'esercito inglese, che, arrivato in Piccardia, si
trovò di fronte l'armata francese.
Nonostante il parere negativo del duca di Berry,
i nobili francesi approvarono, non senza disaccordi, un attacco frontale che
annientasse il nemico.
Due araldi vennero inviati ad Enrico dai nobili francesi,
essi riferirono al re che dal momento che lui era venuto a conquistare il loro
paese, i francesi l'avrebbero combattuto in qualsiasi luogo e momento. Enrico
replicò dicendo che avrebbe proseguito la propria marcia verso Calais e che i
francesi avrebbero ostacolato la sua marcia a loro rischio e pericolo, poi
ricompensò gli araldi con dell'oro e accampò il proprio esercito nella
cittadina di Maisoncelle. All'alba del 25 ottobre 1415, giorno di San
Crispino e Crispiniano, i due eserciti cominciarono a schierarsi. I francesi
schierarono il loro esercito nella pianura adiacente tra Azincourt (Agincourt) eTramecourt,
come per sbarrare la via verso Calais; ordinato su
tre file di uomini, lo schieramento francese prevedeva l'utilizzo di uomini
d'arme appiedati al centro, sostenuti da arcieri e balestrieri e, ai lati,
formazioni di cavalleria pesante.
Dal canto suo, Enrico V, schierò in tre piccole formazioni
gli uomini d'arme capitanate dal duca di York, da Lord Camoys e dal re in
persona. Gli armigeri vennero rafforzati dagli arcieri che, in formazioni
triangolari, andarono a comporre una linea d'attacco leggermente concava.
Alle undici del 25 ottobre del 1415, si iniziò la
battaglia. Al grido "San Giorgio, San Giorgio", l'esercito inglese
iniziò la propria marcia verso lo scontro, d'altro canto, i francesi nettamente
superiori per numero, convinti di dettar le regole del gioco, si sentivano ora
disorientati. Giunti a 200
metri dalle forze francesi, gli arcieri del re
iniziarono a piantare una serie di pali appuntiti nel terreno fangoso e una volta
difesi iniziarono a riversare frecce sui francesi. La cavalleria scelta
francese provò a controbattere, ma le condizioni del terreno e la pioggia di dardi rendevano
nulla la corsa dei cavalieri che, in più, giunti alle palizzate erano facili
vittime del nemico. La grande colonna dei cavalieri appiedati invece avanzava
molto lentamente nel fango. Solo un attacco frontale andò a segno e fece
indietreggiare le linee inglesi, ma per poco. Enrico passò all'offensiva e dopo
un'altra ondata di frecce, ordinò una carica generale, alla quale si unirono
anche gli arcieri equipaggiati con armature leggere e nell'imbuto che si era
creato caddero migliaia di nobili, conti e duchi di tutte le parti della
Francia, molti morirono subito, altri vennero catturati e uccisi, oltre che per
paura di ritorsioni future, anche e soprattutto per l'instabile situazione che
vedeva i pochi inglesi timorosi che, ad un eventuale contrattacco francese,
portato da forze fresche o dalla riorganizzazione di quelle in rotta, i
numerosi prigionieri potessero raccogliere l'immensa quantità di armi sul
terreno e sopraffarli. Infine, una parte del grande esercito francese
(composto, a seconda delle stime, da 10.000 fanti e 8.000 cavalieri oppure da
un totale di 25.000 uomini oppure, secondo il Coville, da 50.000 uomini),
segnatamente la terza linea, disertò ingloriosamente in massa, dopo aver visto
il tragico destino delle due linee che la precedevano, e si disperse nella
boscaglia.
Alle quattro del pomeriggio la battaglia era già finita con
un disastro francese ove morirono, combattendo per la Francia, dai 7000 ai
15000 uomini tra cui ilconnestabile di Francia, Carlo
I d'Albret, e il fratello di Giovanni Senza Paura, Filippo Conte
di Nevers,
mentre caddero prigionieri, oltre ad uno dei comandanti sul campo, Jean II Le Meingre, il capo della fazione degli
armagnacchi, il duca d'Orleans Carlo, e l'altro fratello di Giovanni Senza
Paura, Antonio Duca del Brabante,che
poi fu ucciso con altri prigionierifrancesi.
Fu una grande vittoria, ed Enrico V ben presto rivendicò le sue pretese.
La Francia aveva peccato di presunzione sentendosi più
forte numericamente, credendo nei suoi uomini più importanti, che poi finirono
in rovina, l'Inghilterra si fece lustro grazie all'ingegno di
Enrico V, che fu ammirato in tutta Europa, un uomo e
un re che vendette cara la pelle anche in battaglia, un eroe per il suo popolo.
La strategia nella battaglia di Azincourt
Enrico V era solito allestire l'esercito in tre divisioni
prima dell'inizio di ogni battaglia, ma ad Azicourt non fece il solito
schieramento: invece di dividere l'esercito in tre parti, decise di organizzare
linearmente il suo esercito, infatti ogni tre schieri di fanti erano protetti
lateralmente da due grandi contingenti di arcieri (circa 2/3 dell'esercito
inglese era costituito dai fortissimi arcieri inglesi con il loro formidabile
arco lungo). Una strategia che risultò decisiva fu l'ingegnosa idea di fissare
nel terreno dei pali di legno lunghi circa 2 metri , per frenare gli
attacchi della potente cavalleria francese. L'esercito francese invece aveva
adottato il classico schieramento in avanguardia, corpo centrale e
retroguardia. Nell'Avanguardia francese vi erano i comandanti Boucicaut e
D'Albert. I due schieramenti si trovarono faccia a faccia fino dalle otto del
mattino; dopo due ore Enrico decise di avanzare poiché l'esercito francese non
attaccava, benché questa avanzata potesse tenere momentaneamente lo
schieramento un po' disordinato. Nonostante ciò i francesi non ne
approfittarono per attaccare e permisero liberamente agli inglesi di avanzare
di qualche metro.
Al momento in cui i due schieramenti furono più vicini fra
loro, gli inglesi bersagliarono l'esercito francese con una pioggia di frecce:
i francesi si ritrovarono avvolti da una quantità immane di dardi che coprivano
il cielo della piana di Azincourt e l'esercito francese ne uscì molto
indebolito. A questo punto i Francesi si diedero alle cariche frontali
nonostante fossero sotto il tiro degli arcieri inglesi che avevano preso una
formazione a cuneo, inoltre la cavalleria non solo fu bloccata dalle frecce, ma
anche dal fango che limitava i movimenti e soprattutto dalle palizzate
costruite dagli inglesi. La cavalleria in breve tempo andò in rotta e fu
costretta alla ritirata, così come accadde alla fanteria che fu bloccata prima
dagli arcieri e poi caricata anche dai 1000 fanti inglesi. Inoltre la
cavalleria andata in rotta determinò l'esclusione di un possibile
accerchiamento. Inoltre con questa mossa della cavalleria francese le ali
dell'esercito francese rimasero scoperte e dopo che fu indebolita anche la
fanteria, finite le munizioni, gli arcieri inglesi lasciarono gli archi per
affrontare il resto dell'esercito francese nel corpo a corpo. I francesi
nonostante l'impressionante superiorità numerica diedero prova di una scarsa
strategia, che non riuscì a bloccare gli Inglesi. Inoltre il re Enrico V fu
assalito da 18 borgoni che giurarono di rubargli la corona, ma furono tutti
uccisi grazie al coraggio dimostrato dallo stesso re inglese. Morirono circa
15.000 francesi compreso il comandante Charles D'Albert. Il massacro durò tre
ore e furono catturati anche molti prigionieri francesi che furono uccisi sullo
stesso campo di battaglia, ma mentre gli Inglesi erano occupati a uccidere i
prigionieri un nuovo e piccolo contingente della cavalleria francese,
riorganizzata dopo la rotta, attaccò la retroguardia inglese occupata nel
massacro dei prigionieri: l'attacco francese fallì di nuovo. Dopo quest'ultima
mossa la battaglia finì e gli unici a trionfare erano Enrico V e la sua
efficace strategia militare. Con il termine della battaglia Enrico V fu
riconosciuto anche come erede al trono di Francia e con lui la guerra sembrava
finita.
cronisti espressero ed esprimono ancora oggi la loro
meraviglia[senza fonte] che un assalto di
pochi uomini, di cui molti con armature leggere, abbia messo in fuga un
notevole numero di cavalieri appiedati. Le cause principali furono che la
linea di combattimento francese, prima l'avanguardia e poi la retroguardia:
era stata crivellata dalle frecce,
era affondata nel fango e si muoveva a stento
era stata soggetta ad una lunga attesa (era iniziata già
all'alba) della battaglia dentro armature pesanti e poco pratiche.
Una seconda considerazione va fatta sulla marcia di circa un
miglio che la cavalleria appiedata francese fece nei campi arati di fresco e
resi molli dalla pioggia insistente; quando i cavalieri appiedati
arrivarono a contatto col nemico erano stremati e quasi affogati nel fango, non
si reggevano quasi più in piedi, mentre gli arcieri e gli alabardieri
dell'esercito inglese, armati alla leggera, potevano correre.[senza fonte]
Infine l'ultima considerazione riguarda la tattica francese
che ripeté l'errore già fatto da Giovanni II di Francia a Poitiers, la cavalleria appiedata
dietro un piccolo corpo scelto di cavalleria, che doveva attrarre l'attenzione
degli arcieri, permettendo al resto dell'esercito di arrivare a un corpo a
corpo; a Poitiers non avvenne, mentre qui ad Azincourt avvenne a scapito dei
cavalieri francesi.[senza fonte]
Per concludere la tattica inglese, picche-archi, combinata,
cioè due lunghe ali di arcieri e un nucleo centrale di cavalleria,
completamente armata, appiedata e munita di lunghe lance e solo un piccolo
gruppo di cavalleria, che aveva cominciato a dare i suoi frutti nella battaglia
di Dupplin Moor (vicino alla capitale scozzese, Perth), contro gli scozzesi, nel 1332, dopo Halidon Hill
(Berwick-upon-Tweed), nel 1333, Crécy, nel 1346 e Poitiers, nel 1356, continuava ad
essere vincente anche ad Azincourt, dopo più di ottant'anni.
Va notato che l'esercito francese era superiore a quello
inglese sotto ogni punto di vista, nel vettovagliamento, nell'armamento
difensivo (più pesante e moderno), nell'equipaggiamento, nelle monte da
cavalleria, persino nel numero delle armi da tiro e delle fanterie leggere
(concentrate però soprattutto nella terza ondata e non impegnate in battaglia).
Anzi l'esercito francese aveva anche un piccolo numero di cannoni che spararono
una singola salva all'inizio della battaglia (uccidendo, pare, un unico arciere
gallese). Quello che veramente mancò non fu tanto una tattica vincente, oppure
un armamento superiore, quanto un comando capace di sfruttare i numerosissimi
errori fatti dagli inglesi nelle settimane e nelle ore che precedettero la
battaglia (si pensi solamente al fatto che gli inglesi, dopo alcune ore
d'attesa, spostarono le loro linee avanti di quasi 300 metri , portandole a
soli 200 metri
da quelle francesi, completamente indisturbati). Uno dei motivi di questa
inazione era la divisione (anche politica) dell'aristocrazia francese, unita
alla scarsissima disciplina della cavalleria. Molti degli attacchi francesi, ed
in particolare la prima carica di cavalleria sulle ali, potrebbero essere
avvenuti senza un preciso ordine da parte del connestabile, i marescialli di
Francia non ebbero alcun peso sugli scontri, non vi era una linea di comando
chiara ed inequivocabile, ogni Duca e Marchese partecipò alla battaglia con il
suo seguito e desiderando essere posto in prima fila, anzi la lite per
stabilire la precedenza nel combattimento, se pure è una dimostrazione del
grande coraggio e dello spirito combattivo dell'aristocrazia francese, ritardò l'inizio
della battaglia e causò il ritirarsi in terza linea delle
"proletarie" milizie parigine, composte in gran parte da tiratori
(arcieri e balestrieri) e delle milizie piccarde (arcieri, di qualità inferiore
a quelli britannici, ma numerosi) e bretoni (alabardieri e armati di
mezza-picca), che sarebbero stati utilissimi nella fase iniziale dello scontro.
In pratica le stesse dimensioni eccezionali dell'esercito francese ne
determinarono la sconfitta, trasformandolo in una massa troppo grande per poter
essere convenientemente gestita, soprattutto per l'irrazionalità insita in
un'armata formata su basi feudali e dalle comunità locali.
Il longbow (arcolungo)
L'arcolungo usato dagli inglesi durante la battaglia di
Azincourt ha forse origine gallese, di sicuro si sa che la sua gittata era
pari a quella della balestra ma le frecce potevano essere lanciate con una
velocità assai superiore, in rapporto di circa uno a tre (un dardo da balestra
= tre frecce arcolungo), ed un rapporto di penetrazione superiore.
In seguito alla sconfitta di Azincourt si ha la sicurezza che i fabbri francesi dovettero lavorare per fabbricare armature di gran lunga più resistenti di quelle allora in uso, soprattutto per proteggere in miglior misura la cavalleria, che era uno degli obiettivi-cardine dei reggimenti di arcieri. Questi ultimi erano formati in prevalenza da normalissimi fanti nonché da cavalieri smontati da cavallo, che avevano come obiettivo principale la distruzione e lo scompaginamento dei reparti fondamentali dell'esercito nemico, come in questo caso la cavalleria feudale francese.
La costruzione di questa temibile arma da guerra era relativamente facile, si utilizzavano di base dei rami di olmo o di frassino, che venivano accuratamente levigati e avevano una lunghezza approssimativa di un metro e mezzo; l'arcolungo sviluppava un peso alla corda di 50-80 libbre . Questi dati
fanno capire come il maneggiare un arco di queste dimensioni e potenza non
fosse poi così facile come costruirlo, era richiesta una certa forza per
tenderlo unita ad una lunga pratica nell'uso. Ed è proprio a questo scopo che,
per ordine espresso del re, in molte contee si "pubblicizzavano" gare
a premi con l'uso di questa arma.
L'arciere inglese non indossava una protezione molto pesante, poiché una
armatura ne avrebbe impedito i movimenti a scapito del tiro, in compenso si ha
la quasi totale certezza che ad Azincourt i "longbowmen"
fossero equipaggiati con una specie di "giubbotto imbottito", buono
solo contro gli attacchi più flebili, e altre piccole protezioni che dovevano
coprire gambe e braccia. In compenso l'attrezzatura offensiva era di gran lunga
superiore, l'arciere esperto infatti poteva usufruire di un grandissimo numero
di frecce, e di un palo assai grande e robusto con una punta di ferro che,
piantato nel terreno, veniva utilizzato come barriera contro le cariche
nemiche. Ma, nonostante i successi e l'organizzazione raggiunta dagli inglesi
con questo reparto, in tutto il resto dell'Europa continentale il Longbow non
prese mai completamente piede, mentre avrebbero trionfato, di lì a pochi anni
ancora, le armi da fuoco.
In seguito alla sconfitta di Azincourt si ha la sicurezza che i fabbri francesi dovettero lavorare per fabbricare armature di gran lunga più resistenti di quelle allora in uso, soprattutto per proteggere in miglior misura la cavalleria, che era uno degli obiettivi-cardine dei reggimenti di arcieri. Questi ultimi erano formati in prevalenza da normalissimi fanti nonché da cavalieri smontati da cavallo, che avevano come obiettivo principale la distruzione e lo scompaginamento dei reparti fondamentali dell'esercito nemico, come in questo caso la cavalleria feudale francese.
La costruzione di questa temibile arma da guerra era relativamente facile, si utilizzavano di base dei rami di olmo o di frassino, che venivano accuratamente levigati e avevano una lunghezza approssimativa di un metro e mezzo; l'arcolungo sviluppava un peso alla corda di 50-
Da http://www.arsbellica.it/










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