martedì 28 ottobre 2014

MARAMALDO, TU UCCIDI UN UOMO MORTO...


Maramaldo dal dizionario Garzanti significa persona vile, che infierisce su chi non può più difendersi, insomma un aggettivo infamante, ma è una antonomasia che deriva da uno dei più importanti condottieri e soldati di ventura del rinascimento: Fabrizio Maramaldo che combatte anche contro i Turchi.
A pensare che al suo tempo era considerato un eccezionale soldato ed un gentiluomo, “ si ritirò dal servizio attivo dopo aver raggiunto il grado più alto a cui potesse aspirare. Ricco, ammirato dai contemporanei, celebrato da scrittori e poeti, nominato infine anche membro del Consiglio di Stato e della Guerra del Regno di Napoli, il M. fu un personaggio influente e attivo della società napoletana in un periodo in cui questa era scossa da una serie di profonde trasformazioni istituzionali, culturali e religiose. (fonte Treccani di Maurizio Arfaioli”. A pensare che dopo tante battaglie, assedi, innovazioni militari nella fanteria italiana, il suo cognome è sinonimo di viltà e spregevolezza.

Il tutto nasce per un regolamento di contri con un altro soldato di Ventura il fiorentino Francesco Ferrucci che invece è passato alla storia come esempio di eroe , il quale Ferrucci, che si era macchiato a sua volta della colpa di aver condotto una guerra all'epoca considerata "sporca", ovvero senza il rispetto delle regole accettate e delle convenzioni militari proprie del periodo storico. Eppure l condottiero fiorentino è citato nella quarta strofa dell'Inno di Mameli: « Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò. »
L’episodio risale al 1530 durante la Battaglia di Gavinana si combatté il 3 agosto 1530, tra i due c’era ruggine ed astio nato  durante l’assedio di Volterra, attaccata da Maramaldo e difesa dal Ferrucci. Maramaldo inviò, con una certa aria di sfida, un messo ad intimare al fiorentino di arrendersi. Ferrucci, di rimando, non solo ignorò l’invito ma, per rispondere in maniera provocatoria, fece impiccare  dei prigionieri spagnoli e poi l’incolpevole messaggero, come scrisse il Varchi, fu " un atto veramente che non si usò mai tra i soldati e che fu reputato superbo e crudele E Maramaldo non dimenticherà l’affronto, contro le regole della guerra del tempo e della diplomazia.

A Gavinara Ferrucci fu, rimase ferito e si arrese con i pochi superstiti, decretando la fine della battaglia. Fabrizio Maramaldo si fece condurre il prigioniero sulla piazza di Gavinana, lo disarmò e contro tutte le regole della cavalleria si vendicò delle offese precedenti, ferendolo a sangue freddo e lasciandolo poi trucidare dai suoi soldati.

Quando il Ferrucci fu condotto alla sua presenza, il Maramaldo ordinò in uno scatto d'ira: "Ammazzate lo poltrone per l'animo del trombetto qual impiccò a Volterra". Le cronache non concordano sul tipo di ferita inferta a Ferrucci, indicata alternativamente al petto, alla gola, o al viso. Una tradizione, accolta anche da Benedetto Varchi nella sua Storia fiorentina, riporta che Francesco Ferrucci, prima di spirare, abbia rivolto con disprezzo le celebri parole, «Vile, tu uccidi un uomo morto!», o più fiorentinamente «Vile, tu dai a un morto!». Tuttavia, l'unica fonte da cui il Varchi e altri storici fiorentini trassero notizie in merito fu il prelato e storico comasco Paolo Giovio[11], che pare avesse attinto a piene mani ad un componimento poetico del lucchese Donato Callofilo, La Rotta del Ferruccio; i cronisti toscani più antichi sono invece concordi nell'affermare che il Ferrucci fosse morto combattendo, come riportano Ferrante Gonzaga e altri, come Marco Guazzo nelle Historie Moderne o Leandro Alberti nella sua Descrittione dell'Italia.

L'aneddoto sull'uccisione del Ferrucci potrebbe pertanto essere un falso storico. Dieci giorni dopo, Firenze si arrese agli imperiali e dovette accettare il rientro dei Medici. La conclusione vittoriosa dell'assedio fu un trampolino di lancio per Maramaldo, che ormai godeva del favore di Carlo V e di altri alti personaggi.

All'epoca del Maramaldo la fanteria aveva già da tempo sostituito la cavalleria come nerbo degli eserciti europei. La fanteria italiana si era adattata al nuovo modello di fanteria tattica impostosi nel corso delle guerre d'Italia e composto da percentuali variabili di picchieri e di tiratori, prevalentemente archibugieri. La necessità di integrare efficacemente l'azione di queste due componenti aveva portato anche in Italia alla creazione di strutture intermedie tra la singola compagnia - fino ad allora la sottounità di base della fanteria - e la fanteria nel suo insieme, con la costituzione di unità tattico-amministrative autonome composte di più compagnie. In questo contesto nacque una nuova figura di imprenditore militare, denominato colonnello - termine che indicava sia l'unità sia il suo proprietario-comandante - destinato a organizzare e guidare tali strutture intermedie.
Come colonnello di fanteria il M. fu uno degli imprenditori militari italiani di maggior successo della sua generazione, riuscendo a organizzare intorno a sé per più di un decennio la parte più solida delle fanterie italiane del Regno di Napoli, uno dei pilastri del sistema militare asburgico in Italia. Il suo "colonnello" (reggimento) - che giunse a superare le 3000 unità - fu al tempo stesso unità di élite, scuola militare ed espressione degli interessi politici ed economici di una parte importante della nobiltà napoletana. (fonte Treccani)

Nel 1537, lo scontro tra la Francia e l'imperatore Carlo V di Spagna diminuì di intensità in Piemonte. In conflitto con altri condottieri al servizio degli spagnoli, Maramaldo cessò le sue attività di guerra e si ritirò a Napoli, rimanendo nella considerazione dell'imperatore spagnolo, che lo nominò ciambellano. Senza famiglia né figli, trascorse gli ultimi anni della sua vita dissipando progressivamente i suoi beni. Le cronache dell'epoca riportano infatti i suoi frequenti litigi con il fisco. La data di morte non è certa, ma viene collocata non oltre il 1555, forse alla fine del 1552. Negli ultimi tempi, si legò ai frati Teatini  e finì per lasciare loro i suoi residui averi, perché fossero impiegati in opere di bene

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