Maramaldo
dal dizionario Garzanti significa persona vile, che infierisce su chi non può più difendersi, insomma un
aggettivo infamante, ma è una antonomasia che deriva da uno dei più importanti
condottieri e soldati di ventura del rinascimento: Fabrizio Maramaldo che
combatte anche contro i Turchi.
A pensare che al suo
tempo era considerato un eccezionale soldato ed un gentiluomo, “ si ritirò dal servizio attivo dopo aver raggiunto il grado più alto a
cui potesse aspirare. Ricco, ammirato dai contemporanei, celebrato da scrittori
e poeti, nominato infine anche membro del Consiglio di Stato e della Guerra del
Regno di Napoli, il M. fu un personaggio influente e attivo della società
napoletana in un periodo in cui questa era scossa da una serie di profonde
trasformazioni istituzionali, culturali e religiose. (fonte Treccani di Maurizio Arfaioli”. A pensare che
dopo tante battaglie, assedi, innovazioni militari nella fanteria italiana, il
suo cognome è sinonimo di viltà e spregevolezza.
Il tutto nasce per
un regolamento di contri con un altro soldato di Ventura il fiorentino Francesco Ferrucci che invece è passato alla storia come esempio di
eroe , il quale Ferrucci, che si era
macchiato a sua volta della colpa di aver condotto una guerra all'epoca
considerata "sporca", ovvero senza il rispetto delle regole accettate
e delle convenzioni militari proprie del periodo storico. Eppure l condottiero fiorentino è citato nella quarta strofa dell'Inno di Mameli: « Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò. »
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò. »
L’episodio risale al
1530 durante la Battaglia di Gavinana si combatté il 3 agosto 1530, tra i due c’era
ruggine ed astio nato
durante l’assedio di Volterra, attaccata da Maramaldo e difesa dal
Ferrucci. Maramaldo inviò, con una certa aria di sfida, un messo ad intimare al
fiorentino di arrendersi. Ferrucci, di rimando, non solo ignorò l’invito ma,
per rispondere in maniera provocatoria, fece impiccare dei prigionieri spagnoli e poi l’incolpevole
messaggero, come scrisse il Varchi, fu " un atto
veramente che non si usò mai tra i soldati e che fu reputato superbo e crudele E Maramaldo non dimenticherà l’affronto, contro le regole della guerra
del tempo e della diplomazia.
A Gavinara Ferrucci
fu, rimase ferito e si arrese con i pochi superstiti, decretando la fine della
battaglia. Fabrizio Maramaldo si fece condurre il prigioniero sulla piazza di
Gavinana, lo disarmò e contro tutte le regole della cavalleria si vendicò delle offese precedenti,
ferendolo a sangue freddo e lasciandolo poi trucidare dai suoi soldati.
Quando il
Ferrucci fu condotto alla sua presenza, il Maramaldo ordinò in uno scatto
d'ira: "Ammazzate lo poltrone per l'animo del trombetto qual impiccò a
Volterra". Le cronache non concordano sul tipo di ferita inferta a
Ferrucci, indicata alternativamente al petto, alla gola, o al viso. Una
tradizione, accolta anche da Benedetto Varchi nella sua Storia fiorentina, riporta che Francesco
Ferrucci, prima di spirare, abbia rivolto con disprezzo le celebri parole, «Vile,
tu uccidi un uomo morto!», o più fiorentinamente «Vile, tu dai a un morto!». Tuttavia, l'unica fonte da cui il
Varchi e altri storici fiorentini trassero notizie in merito fu il prelato e
storico comasco Paolo Giovio[11], che pare avesse attinto a piene
mani ad un componimento poetico del lucchese Donato
Callofilo, La Rotta
del Ferruccio; i cronisti toscani più antichi sono invece concordi
nell'affermare che il Ferrucci fosse morto combattendo, come riportano Ferrante Gonzaga e altri, come Marco Guazzo nelle Historie Moderne o Leandro Alberti nella sua Descrittione dell'Italia.
L'aneddoto
sull'uccisione del Ferrucci potrebbe pertanto essere un falso storico. Dieci
giorni dopo, Firenze si arrese agli imperiali e dovette accettare il rientro
dei Medici. La conclusione vittoriosa dell'assedio fu un trampolino di lancio
per Maramaldo, che ormai godeva del favore di Carlo V e di altri alti
personaggi.
All'epoca del
Maramaldo la fanteria aveva già da tempo sostituito la cavalleria come nerbo
degli eserciti europei. La fanteria italiana si era adattata al nuovo modello
di fanteria tattica impostosi nel corso delle guerre d'Italia e composto da
percentuali variabili di picchieri e di tiratori, prevalentemente archibugieri.
La necessità di integrare efficacemente l'azione di queste due componenti aveva
portato anche in Italia alla creazione di strutture intermedie tra la singola
compagnia - fino ad allora la sottounità di base della fanteria - e la fanteria
nel suo insieme, con la costituzione di unità tattico-amministrative autonome
composte di più compagnie. In questo contesto nacque una nuova figura di
imprenditore militare, denominato colonnello - termine che indicava sia l'unità
sia il suo proprietario-comandante - destinato a organizzare e guidare tali
strutture intermedie.
Come
colonnello di fanteria il M. fu uno degli imprenditori militari italiani di
maggior successo della sua generazione, riuscendo a organizzare intorno a sé
per più di un decennio la parte più solida delle fanterie italiane del Regno di
Napoli, uno dei pilastri del sistema militare asburgico in Italia. Il suo
"colonnello" (reggimento) - che giunse a superare le 3000 unità - fu
al tempo stesso unità di élite, scuola militare ed
espressione degli interessi politici ed economici di una parte importante della
nobiltà napoletana. (fonte Treccani)





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A sapere le cose...
RispondiEliminaÈ impossibile,contraddittoria tutta la storia!
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